Le statistiche del trenino: quinto capitolo

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Le statistiche del trenino: quinto capitolo

Ecco il quinto capitolo de “Le statistiche del trenino“.
Se vi siete persi il quarto capitolo lo trovate qui.
BluttaBlatta vi augura buona lettura

MAGGIO

Amare.
Chissà poi perché oggi è in fissa con questo concetto.
Lucia guarda i suoi uomini. Da una settimana hanno iniziato i lavori. Avrebbero voluto cominciare disboscando la sterpaglia, ma l’onnipresente e malvoluto Pio ha con giusta malignità dissertato per mezz’ora: “Non potete. Il taglio bosco può venir fatto solamente in periodo di quiescenza. Ora le piante sono in piena fioritura!”

Il Fabbro lo guarda male. Brav’uomo il Fabbro, ma non troppo diplomatico.
“Tass, sgorbio della malora!”
Pio se ne va risentito. Tornerà più inviperito di prima.
“Ferèe, il piantagrane ha ragione. Non possiamo toccare le piante.”
E così via: le piante per ora rimangono dove stanno e il lavoro inizia dalla Cascina Marì.

Nando ha fatto un gran lavoro d’archivio. Per giorni ha peregrinato di casa in casa, dall’archivio comunale alla biblioteca sgangherata, dalla parrocchia ai solai del vecchio edifico scolastico. Ha messo insieme 6 kg e 400 grammi di foto, mappali, cartine, scritti, pitture che raccontano, certificano, testimoniano, illustrano la vita sull’altopiano tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento. Lucia e Prizziello hanno passato interminabili serate a censire, catalogare, interpretare l’immensa mole di dati e il risultato è una visione nitida e coerente della vita dell’epoca e un bel po’ di materiale già pronto per l’inaugurazione ufficiale. Idea di Nando quella della mostra. Buona idea anche secondo Lucia.

Gli uomini lavorano. Riparano il vecchio tetto sostituendo la distruzione trave per trave. Rigorosamente con tecniche e materiali d’epoca. Sono un po’ tutti muratori in questa terra di confine. Uomini rudi, ma capaci. Si arrangiano con quello che hanno e quando non hanno inventano. Al pian terreno la Cascina è divisa in due. A sinistra una stalla per almeno 8 mucche. È una delle stalle più grandi dell’altopiano. Era una famiglia benestante quella di Maria. Per i canoni dell’epoca, si intende. La mangiatoia è quasi completamente integra e sul soffitto si vede ancora la botola per calare il fieno. A destra un piccolo locale unico che funge da cucina e dormitorio. Al primo piano il fienile. Luogo di cibo, luogo di nascondigli, luogo d’amore.

Ecco, appunto, torniamo all’inizio: l’amore. Napo grufola e Bubu lo segue a ruota. Le braccia lavorano e Franco canticchia con buona pace delle orecchie altrui. Lucia ama il bosco e le montagne. Ama la natura e il fresco venticello delle giornate di primavera. Ama il pane appena sfornato e i libri che fanno sognare. Conosce l’amore verso il mondo Lucia. Non conosce l’amore verso il genere umano. Non ha neppure voglia di imparare, ma forse per portare a termine il suo progetto di vita deve farlo.
Vivere senza amare si può? Sì.
Si vuole? È da vedersi.

Questa domenica l’aria è tersa sull’altopiano e Ana è venuta a vedere come proseguono i lavori. La Cascina Marì ha nuovamente un tetto e gli uomini riposano all’ombra degli alti faggi. È domenica, ma hanno lavorato. Volevano finire qualcosa per una volta. Volevano portare a compimento un’opera e ci sono riusciti. È il primo tassello, ma è il più importante. Nando è in disparte. Vecchio burbero Prizziello. Non vuole condividere la sua commozione con nessuno. Fabio è assorto. Seduto sotto una quercia sta studiando un vecchio dipinto. Al centro dell’altopiano c’era uno stagno. La sorgente del fiume, il sacro fiume del paese che qui in alto vede le sue origini, era stata deviata e fatta confluire in un avvallamento nel terreno proprio di fianco alla Cascina.

“Geniale… Lucia, Lucia!”
Fabio la chiama a gran voce per illustrarle la sua scoperta. Ecco come si abbeveravano le vacche sotto l’arsura estiva. Ecco perché ancora oggi l’avvallamento centrale dell’altopiano è umido. “Prossima tappa: ripristinare lo stagno!”
Gli uomini lo guardano stanchi, ma interessati. Per oggi hanno finito di lavorare. Con domani alcuni continueranno con la Cascina e altri inizieranno con lo stagno. Ora hanno uno scopo. Ora i personaggi stanno uscendo dal libro del bar e stanno entrando, come persone, in quello della vita.

Ana osserva. Per lei l’altopiano è solo un mucchio di rovi con un lavoro da matti da portare avanti. Sassi, spine, terra con cui avere a che fare. No grazie. Poi però osserva gli occhi lucidi di Nando, il tetto nuovo della Cascina, la vitalità di Lucia e capisce perché ne vale la pena. Capisce che è ora di riprendere in mano il suo progetto della “Casa dei Giochi” e tirarne fuori qualcosa. Prima, però, deve rimettere in sesto una situazione traballante. Deve tagliare i ponti oppure ricostruirli. Deve, finalmente, decidere.

“Napoleoneeeeeeeee!”
Il richiamo di Lucia riecheggia per l’altopiano. Napo si è lanciato a passo di carica contro la Tedesca. Viene a trovarli spesso quassù la Tedesca. Lei e il Fabbro si sono trovati 40 anni prima e da allora è passata una vita insieme. Li raggiunge con una crostata di mele e Napo, che ne ha sentito il profumo da lontano, è il primo a raggiungerla. La Tedesca schiva il molosso e Fabio si affretta ad afferrare la belva prima che la faccia cadere. Donna solitaria, animo buono, ma apparentemente ed eccessivamente metodico e distaccato, la Tedesca segue i lavori a distanza. Li immortala, giorno dopo giorno, con la sua macchina fotografica. Immortala il presente e il cambiamento. Gli uomini, al pari di Napo, si fiondano sulle fette ancora fumanti e si godono l’improvvisata pausa.

Si avvicina, arrampicandosi sugli stretti tornanti di una mulattiera che non frana per miracolo, il trattore. Alla guida: Lucio. Sul cassone il materiale per la Cascina Marì. Nando non ha badato a spese e sotto i teli di copertura brillano sanitari in ceramica e infissi a doppio vetro. La sicurezza e qualche agio sono gli unici strappi alla regola della preservazione intatta dell’altopiano. Il progresso, d’altronde, è inarrestabile, anche se spesso porta alla regressione. Lucio avanza cautamente buca dopo buca e pioda dopo pioda. Il ghiaccio invernale ha sconquassato ancora di più, se possibile, il fondo sconnesso e irregolare di quella stradaccia maledetta.

Lucio conosce bene la montagna. La conosce come le sue tasche: trincea per trincea, boscata per boscata. In tempo di funghi è lui che sa dove crescono i neri migliori e i rossetti più grossi. In tempo di castagne è Lucio a fare scorta per tutto il paese. Paese dormitorio, paese svuotato, ma che ancora si ritrova d’autunno per una castagnata improvvisata.

Prizziello, con piglio deciso, sovraintende allo scaricamento del cassone. Il bastone puntato ad indicare dove poggiare che cosa. Il Fabbro scalpita, vorrebbe fare di testa sua. Franco canticchia, Gino lavora, la Tedesca immortala e Lucia si allontana. Fabio la segue a distanza. Come sempre. Lucia avanza a tentoni e con passo malfermo tra rovi e sassi. Basterebbe poco per farla cadere, ma è attenta e schiva le insidie. Fabio dietro. Fabio che non capisce, Fabio che non si sforza. Fabio come angelo custode.

Lucia vaga per l’altopiano con le mappe catastali. Sta ricostruendo mentalmente la posizione degli alpeggi e i prossimi passi per la ristrutturazione. Servono soldi, molti soldi. Nando è generoso e nella sua solitaria vita lavorativa ha messo da parte un bel capitale. Non è infinito però. Conti alla mano dovrebbe bastare per ristrutturare circa metà altopiano. Per il resto si vedrà. Fabio le si affianca. Stranamente sembra leggerle nel pensiero. Fabio la guarda: “Lucia. Io ci sono.”

C’è fermento al paese. I lavori avanzano e i curiosi aumentano. Inconsapevolmente si sono create due fazioni opposte e in guerra tra loro. Molti sostengono Pio. Vuoi per invidia, vuoi per gelosia, vuoi per paura. Tanti vorrebbero che la Cascina Marì non vedesse mai il sole. Alcuni non si tirano in causa. Stanno nel loro e si fanno scivolare addosso storie e avvenimenti. Eterni spettatori e mai protagonisti. Molti, però, sostengono Lucia. Sostengono il progetto e, chi per bontà d’animo, chi per tornaconto personale, offrono quello che possono.

C’è il Panettiere che almeno una volta a settimana offre il pranzo ai lavoratori. Pizzette buone come le sue non si sono mai viste altrove. La ricetta è un segreto e, vuoi per gelosia, vuoi per pigrizia, finirà nella tomba con il suo inventore.

C’è la Gattara. Soldi non ne ha, ma gatti in abbondanza. Zitta zitta segue gli sviluppi e si aggrega al sogno. Sogna di spostare sull’altopiano la sua colonia felina. In paese spesso avvelenano qualsiasi cosa abbia più di due zampe e lei non ci sta. Oltre ai gatti ha la passione per tessuti e ricamo. Dopo aver tediato Nando per un intero pomeriggio, ha iniziato a lavorare alle tende. Farebbe sorridere la sua ingenua attività. Ci mette troppo cuore per essere considerata ridicola. Lucia è contenta. Le tende per le cascine non sono più un problema.

C’è la Giunta Comunale che d’un tratto si è resa conto di avere un patrimonio storico notevole che potrebbe portare risorse e turismo. La Giunta non è disposta a investire neppure un centesimo in un progetto che per ora è embrionale, ma dal quale ha già beneficiato grazie agli introiti della vendita dei terreni. Investire no, ma rinunciare alle tasse comunali per qualche tempo sì.

C’è la Maestra Lisetta che già sogna di portare all’altopiano i suoi pulcini. Bimbi tra i 6 e i 10 anni che non hanno la fortuna di aver visto il paese quando la sveglia era data dal canto dei galli e la giornata scandita dalla mungitura nelle stalle.

C’è Pio. Pio trama nell’ombra. Pio è il protagonista negativo di una vicenda a suo dire triste e ingiusta. A chi troppo e a chi niente. Pio vede una Lucia brillante, con un compagno fedele, una famiglia unita e un buon lavoro. Una Lucia sempre sorridente e affabile. Una Lucia che ha tutto. Pio non vede una donna fragile, insicura e perennemente sotto pressione. Pio non vede che per tenere unita una famiglia, mantenere la fedeltà di un compagno sfiduciato, sorridere nonostante il male e affrontare un lavoro esternamente prestigioso e internamente degradante ci vogliono due spalle come quelle di Atlante che regge il mondo.
Pio vede il sole nella vita di Lucia.
Lucia vede l’ombra.
Fabio vede entrambe.

Ma quante storie d’amore nascono sui mezzi pubblici? È qualche settimana che Lucia osserva una possibile futura e inconsapevole coppia. La lei della situazione è quella ragazza mingherlina, con le cuffie giganti e il blocco da disegno sotto il braccio che se anche ha l’ombrello non lo apre durante una bellissima e irritante pioggerella d’aprile. Il possibile innamorato è un ragazzotto timido e cappellone. Medesimo blocco da disegno sotto il braccio, ma stile di tratto decisamente differente. Chissà dalla fusione tra stili e idee cosa potrebbe venire fuori. Spazio permettendo si siedono sempre solitari, negli stessi posti tristi e ambiti, uno di fronte all’altro. Completamente ignari di essere protagonisti dell’analisi di Lucia. Due anime affini, forse ideali innamorati, forse troppo simili per completarsi. Lucia torna alla sua lettura mattutina: un ironico pamphlet su pregi e difetti del trasporto comunitario.

Pronti, partenza, in carrozza: cinque buoni motivi per disfarsi delle auto e usare l’alternativa
Prendere il treno è una noia. Prendere il tram è un inghippo. Prendere il bus è una palla. Costi, ritardi, soppressioni e deviazioni. Ma chi diavolo ce lo fa fare? La Sciura Pinuccia che occupa tre posti tra il suo abbondante posteriore, che madre natura le ha generosamente dato in dotazione, e due altrettanto grandi borse della spesa che Dio solo sa cosa contengono. Il giovincello esasperato ed esasperante che tra piedi che calzano il 45 di scarpe (a 16 anni!!) e un monopattino che pesa una quintalata ha deciso di appollaiarsi comodamente sul tuo piede. E non su uno qualsiasi, proprio su quello con l’unghia incarnita che già da sola basta per vedere le stelle e le stalle. Il manager che urla al telefono, le ragazzine super esaltate perché questa cosa è “mega bella e mega scialla” e che parlano, parlano, parlano e parlano. I marmocchi che piangono e le mamme che strepitano. E se è vero che “E la curiera che la va sö e giò e l’autista che na po piö” è anche vero che non è solo l’autista ad essere preda di raptus di follia omicida, ma anche quel sparuto gruppo di viaggiatori che si accontenterebbero, nell’ordine, di: silenzio, pulizia, puntualità e un posticino a sedere. Se tanto mi dà tanto, perché mai dovrebbero esserci dei motivi per usufruire di tale ameno servigio? Il perché non ve lo sappiamo dire, ma almeno 5 motivi ci sono: fidatevi.


Non guidare

Guidare generalmente piace. Avere la propria indipendenza di spostamento e il totale controllo sul pedale dell’acceleratore è un bella sensazione. Percentualmente più sentita dagli uomini, ma che non difetta nelle donne. Bene? Bello? Facile? No. Vi scoppia la testa. C’è tanto di quel traffico che neanche a Bombay nell’ora di punta. Piove a secchiate, si sono aperte la cateratte del cielo, giù tuoni e fulmini che in confronto il diluvio universale era rugiada e anche Noè potrebbe rifiutarsi di togliere gli ormeggi all’arca. Avete sonno, molto sonno. E fame, molta fame. Inoltre desiderate ardentemente sfogarvi con il vostro trottolino amoroso dudu dadada. Bene: cattive notizie. Dovete affrontare km su km di strade impervie, trafficate e scivolose. Non potete mangiare: pena una multa salata. Non potete parlare al telefono: pena una multa salata. Non potete dormire: pena ritrovarvi davanti a San Pietro anzitempo. La soluzione è semplice. Sul mezzo pubblico non guidate voi. Rullo di tamburi… squillo di trombe… qualcuno lo fa al vostro posto. Potete tranquillamente parlare al telefono, confidando al vostro desiderio erotico – alias marito, compagno, moglie, fidanzata, amante… – tutti i vostri più intimi desideri: orecchie indiscrete permettendo. Potete smangiucchiare il mezzo panino avanzato dal pranzo e godervi una meritata pennichella. Ricordatevi solo di dire al vostro vicino di posto a che fermata dovete scendere. Altrimenti potreste restare sulla torpedo blu a russare per molto, molto, molto tempo. Potrebbe anche essere un’idea. Il mattino dopo, senza nessuno sforzo, vi ritroverete direttamente al lavoro.

Non avere problemi di parcheggio
Tutti noi sogniamo la macchina portatile, meglio ancora tascabile. Un fuoristrada che diventa piccolo come un fazzoletto. Una Maserati che basta “struccà il botton” e si riduce alle dimensioni di una nocciolina. Un cabinato che con un comodo comando vocale si trasforma in una ventiquattrore. Il problema si può porre solo con le Smart. Rischi di doverle mettere a fuoco con il microscopio. In attesa di questa magica invenzione, l’incubo degli automobilisti sghignazza dall’alto della sua assoluta certezza: ci sono più macchine che posteggi, quindi è destino che qualcuno su questa terra non parcheggerà mai e si ritroverà a girare intorno per l’eternità. Un girone dantesco infernale degli anni 2’000. Con il treno, il tram, il bus, il battello questo problema non si pone. O meglio: si pone, ma non è vostro. Non starà a voi trovare un posteggio abbastanza lungo per un tram doppio, un binario capiente abbastanza per 12 carrozze più ristorante, un molo sufficientemente esteso da accogliere 80 metri di aliscafo. Potete bellamente e giustamente infischiarvene. Voi scendete alla vostra fermata e il destino del mezzo non vi turba più. La liberazione dal parcheggio selvaggio!

Non rischiare alcuna multa

Siete in ritardo e sparate i 150 km/h su un pezzo da 80. Parcheggiate di standard in doppia fila. Non accendete gli antinebbia perché siete per il risparmio energetico. Siete claustrofobici e le cinture di sicurezza vi mettono ansia. Il bimbo strilla e il seggiolino salta. Il pastore maremmano viaggia beatamente accoccolato sul vostro grembo di guidatore. Tutto bello, tutto roseo fino all’arrivo della temuta multa. Salata, salatissima. Dolce: mai. Giusta: spesso. Ingiusta: a volte. Da pagare: senza dubbio. Che nervi, che strepiti, che accuse reciproche tra moglie e marito: guidavi tu pazzo psicopatico, no tu gallina starnazzante. Ecco vedi, no ascolta tu! E via dicendo, via che si va. Mezzo pubblico, nessuna multa. O meglio nessuna multa per il vostro comportamento alla guida. Se poi salite senza biglietto sono affaracci vostri e oltre alla multa meritereste anche il linciaggio da parte di chi il biglietto regolarmente lo paga e non vuole essere preso in giro.

Non essere soggetti al traffico

Qui una premessa è d’obbligo. Questo quarto punticino non vale per tutti i mezzi pubblici e non vale sempre. Vale per i treni, i battelli e generalmente i tram. Vale per i bus, dove hanno corsie preferenziali (in pochi posti) e per i taxi (idem con patate). Quando vale, però, è una goduria. Sfrecciare con un treno accanto a un serpentone di macchine incolonnate. Navigare placidamente con un battello che nodo dopo nodo supera l’ingorgo della litoranea. Serpeggiare tra file e semafori su di un vecchio tram sferragliante. Che senso di pace e comunione con il mondo. Quanti sberleffi a carico di automobilisti ormai isterici e affranti. Hai voluto l’automobile? Adesso guida: cucù!

Muoversi volenti o nolenti
Per quanto la pensilina del bus vi sia comoda, la stazione del treno a un tiro di schioppo, l’imbarcadero a un salto di pulce e la fermata dei taxi ad un fischio, avrete sempre da camminare e da muovervi. Vuoi alla partenza, vuoi all’arrivo, vuoi su per le scale della stazione o giù per quelle della metro, dovrete muovere la vostra culatta pesante e sforzare i flaccidi polpacci. Volere o volare dovrete fare un minimo di blanda e vitale attività fisica. Mangia la minestra o salta dalla finestra. Poi, per carità, potrete sempre noleggiare un autobus che vi venga consegnato sotto casa, che dovrete guidare fino a destinazione, dove non troverete parcheggio e posteggiando in doppia fila prenderete una bella multa. Rigorosamente lungo una strada senza corsie preferenziali. A questo punto, però, forse, probabilmente, verranno meno i benefici del mezzo pubblico. (Gli Argonauti
)

Lucia alza gli occhio al cielo. Un accenno di risata trattenuta le increspa le labbra. A volte si ritrova in queste parole, altre meno. Il bello, o il brutto, di essere nella propria macchina è la possibilità di chiudere fuori il mondo. In mezzo alla gente non lo si può fare.

Deve sbrigarsi a scendere. Questa mattina ha un bel cesto di nespole maturate alla Cascina Marì. La vecchia pianta è sicuramente una discendente dell’originaria e con il tempo si è inselvatichita. Svetta, piccola e contorta, accanto alla canna fumaria della Cascina. Le nespole sono sode e compatte, ma dolcissime. Un dolce che sfocia in un retrogusto acidulo che rende una giusta freschezza alla nobiltà del frutto. La cesta pesa, ma è proprio bella. Vimini intrecciato, rafia sul fondo e un panno di lino a coprire il paniere colmo di globi dorati e succosi. È un regalo per Jeanette. Jeanette che non sa nulla dell’altopiano, ma approverebbe. Jeanette che le fa iniziare la giornata con il sorriso. Jeanette che nulla pretende e molto dà. Sorride, minuta e serena come sempre. Ringrazia quasi commossa. Non se lo aspettava, non si aspetta mai nulla dalla vita e dunque tutto quello che arriva è un regalo.

Le mani sono sporche di terra e i calzoni hanno dimenticato da tempo il colore originario. Dalle vecchie foto e dai rimasugli dei racconti di Marì, impressi nella memoria di Nando, Lucia e la Tedesca sono riuscite a risalire alla posizione originaria dell’orto e ora quell’orto sta ritornando in vita. La Cascina è praticamente ultimata, lo stagno gorgoglia di vita e l’orto prende forma. Mancano gli animali. Lo squadrone dei baldi giovani scalpita per averli, ma la ragione ha la meglio. I pascoli non saranno pronti fino alla prossima estate e le altre stalle sono ancora ruderi crollati. È impensabile inserire la vita in un contesto che non la può garantire. Mucche, asini, galline, maiali e conigli dovranno aspettare.

La Tedesca ha terminato di delimitare le file dei fagiolini. File dritte e precise che sembrano tirate con il righello. I semi sono scivolati nel terreno: grembo caldo e accogliente. Accanto, Lucia ha piantato il basilico e appena un po’ più in là la lattuga. Le melanzane spunteranno ai margini e la rucola farà capolino dove può. È infestante la rucola. Le dai uno spazio e lei farà di tutto per evadere dal consentito. È come certe persone. Lucia ne conosce tante. Persone innocue, finché non ti hanno nelle loro grinfie. Poi non ti mollano più. Riempiono, con la loro presenza e le loro parole, interi locali. Ammorbano l’aria con la loro essenza mortifera e al loro tocco muoiono i sentimenti sinceri. Si appropriano di spazi e occasioni altrui rendendoli propri e spodestandone i legittimi proprietari. Sono una piaga più diffusa di quanto si pensi. Come tanti, anche questi egocentrici accentratori, non sono cattivi. Come la rucola, buona in fondo, ma molto amara da mandare giù. L’egocentrismo nasce dall’insicurezza. Dalla paura di non riuscire ad affermarsi, dalla volontà di emergere e sentirsi socialmente appagati. Quanti morti e feriti lasci dietro di sé questa scia di finti complimenti ed attenzioni reclamate è un dato che poco importa.

Lucia riemerge dai propri pensieri. Si avvicina il crepuscolo e la Tedesca vuole andare a casa. La lascia andare, guardandola partire sbilenca, ma soddisfatta. Lei resta, vuole perdersi ancora un po’ in questa semplice leggerezza, in questa vera libertà e stanca soddisfazione. Raccoglie il vecchio e lacero cuscino, i guanti rattoppati e un cappello di paglia e si appresta a chiudere la Cascina. Oggi Nando non è venuto. Oggi Nando dimostrava tutti i suoi ottant’anni. Verrà domani pensa Lucia, domani andrà meglio. Illusoria illusione: l’età avanza e indietro non si torna, ma sperare fa sempre bene.

Sta per chiudere la porta quando sente dei passi e vede sbucare Fabio da dietro un nocciolo. Ha uno zaino più grosso di lui, e ce ne vuole, e in mano un cestino da pic-nic. Probabilmente è arrivato dritto dritto dal lavoro. Strano: solitamente il venerdì non finisce mai presto. Si avvicina, l’abbraccia e nasconde la testa nei sui capelli. Non si parlano. È un momento dove le parole non servono. Dallo zaino spuntano i pigiami e le coperte. Dal cestino i viveri. Sarà la prima notte sull’altopiano, sarà una notte d’amore.

Napo abbaia. Fabio russa. Lucia si sveglia. È completamente buio. Un buio che in paese non c’è mai. La civiltà ha tolto alla notte il diritto di essere tale. Ha tolto all’oscurità il buio e ha aggiunto il rumore al silenzio. Sull’altopiano non è così. Dal crepuscolo all’alba è ancora il regno delle tenebre. Un nero ricco della luce delle stelle. Un silenzio pervaso dai richiami notturni degli animali. Il guaiolare delle volpi, il bubolare dei gufi e i passi felpati di cerbiatti neonati che seguono madri attente e guardinghe. La notte sull’altopiano è il tempo dei pensieri. È il momento in cui cessa la frenesia del mondo e torna il ritmo dei respiri profondi.

Napo continua ad abbaiare sempre più furiosamente. C’è qualcosa che non va. Il buio viene squarciato dalla luce. Lucia si alza in fretta, avverte odore di fumo. Si affaccia alla finestra: la stalla è avvolta dalle fiamme. Ora è tutto un correre, un urlare, un chiamare aiuto. Fabio libera Napo. Dormiva nelle fiamme: avrebbe potuto non risvegliarsi più. È una notte ancora fresca e il terreno è umido. Il fuoco si propaga, ma dà tempo almeno a Gino di arrivare. I secchi vengono passati di mano in mano. Lo stagno si svuota e l’incendio lentamente viene domato.

La stalla è ancora in piedi. Bruciacchiata e semidistrutta, ma ancora in piedi. Da lontano Pio guarda. Ha la macchina ancora piena di taniche di benzina. Voleva fare un’uscita grandiosa. Voleva bruciare tutto l’altopiano. Non è riuscito, non ha trovato il coraggio. Inetto anche nella cattiveria. Calde lacrime scendono sul viso deforme e inutile. La sua è una vita nata morta.

“È stato Pio: ne sono sicuro!”
Gino è concitato. Gli altri soldati della legione della Cascina Marì sono arrivati all’altopiano e osservano i danni. La luce delle torce squarcia il bosco. I passi frettolosi e sgomenti calpestano il piccolo orto della Tedesca. Altra distruzione portata da una notte che avrebbe dovuto essere magica. Gino è sicuro. Ha visto Pio salire verso l’altopiano quel pomeriggio, ma non lo ha visto scendere. Franco e Lucio si dirigono a rotta di collo verso il paese. Meglio che non trovino Pio o per lui sarà la fine. Come da previsioni Pio non c’è.

Lucia era convinta che Nando sarebbe crollato. Pensava che l’avrebbe considerata una seconda morte per la sua Marì. Invece è lui a dare forza a tutto il gruppo e a motivare la ricostruzione. “Guagliò. Se prima era bella, adesso lo è molto di più!”
Tutto il paese ha lavorato: il panettiere ha incentivato la produzione di pizzette per dare forza ai lavoratori, la Gattara ha cucito in fretta e furia nuove stoffe e tende, la maestra Lisetta ha coinvolto i suoi pulcini nella creazione di un nuovo orto e la Giunta Comunale ha fornito trattori e betoniere per i lavori.

In tre giorni è avvenuta la resurrezione. La Cascina Marì è ora nuovamente integra. Come Cristo è risorto mantenendo le stigmate, così è rinata la Cascina Marì mantenendo, nella stalla, una trave bruciata a perenne memoria che dal fuoco si può tornare a nuova vita. Un’araba fenice delle nostre latitudini. Nando e Lucia sono stretti l’uno all’altra. Un abbraccio quasi da nonno a nipote. Un abbraccio di liberatoria speranza.
“Ragazza mia, ora la mia Marì ha di nuovo la sua casa. Più forte ancora perché passata attraverso il fuoco. Basta lacrime. È ora di decidere il prossimo passo.”

Il consiglio dei legionari si riunisce. La prossima cascina a venir sistemata sarà il Mött da Gipunin. Nome tenero per un cascina: l’angolino dei golfini. Il paese è così. Ogni persona, ogni luogo, ogni avvallamento ha un nome nell’immaginario collettivo. Spesso il motivo si perde nel tempo e nessuno lo sa più. Altre volte la tradizione permane e come nel caso del Mött è portata avanti quasi con orgoglio. La cascina apparteneva, durante la prima guerra mondiale, a Rosina. Una vecchina gobba ed esile. Mezza fata e mezza strega. Sempre ingolfata in strati su strati di golfini di lana grezza. Quattro pecore aveva la Rosina. E ad ogni tosatura filava e filava e i golfini aumentavano e aumentavano. Così, decenni dopo, la memoria non si è persa ed è diventata leggenda.

Lucia osserva i suoi uomini lavorare. Il Mött è in posizione leggermente elevata rispetto all’altopiano e della cascina è rimasto solo il perimetro basale. Il trattore arriva con le pietre e Nando, caporale incorruttibile, dirige i lavori. Lucia si siede e si perde nei suoi pensieri.

Pensa al signore incontrato il giorno prima lungo il cammino lavorativo. Un uomo sulla settantina, lieve accento francese, accompagnato da un cane vecchio e zoppo, ma dagli occhi buoni. Buono più di Napo, probabilmente, che ora la guarda da sotto in su con la coda bruciacchiata e le zampe fasciate per le ustioni. Si è fermata a parlare con quello sconosciuto che ora non lo è più. Cinque minuti di un amore che pervade le forme di vita. Cinque minuti di parole apparentemente inutili, ma di un flusso di comunione umana come sempre più spesso le accade. Come è il tempo, come sono belli questi fiori, e già… il mio cane mi accompagna sempre, no-non sono di fretta, sì – mi godo la pensione. Cinque minuti che fanno bene a chi parla e a chi ascolta. Lucia ne è sempre più convinta. Avere un orecchio aperto, solo per il piacere di dedicare qualche istante a qualcun altro oltre a noi stessi è un balsamo per l’anima. Il mondo sarebbe più sereno se si parlasse meno e si ascoltasse di più. Immersa in queste riflessioni Lucia lascia gli uomini al loro lavoro e si avviva verso casa. Nella buca delle lettere c’è un pacco.

Gentile Lucia,
ero indeciso se iniziare questa lettera con “cara”. In fondo ti conosco da quando sei nata anche se tu forse, a parte vedermi dall’esterno, non mi conosci per niente. Anche tu, però, potresti dire la stessa cosa. È tempo per me di partire. Di cambiare aria e di andare dove non mi conosce nessuno o forse mi conoscono tutti. Non sono un santo, ma non sono così cattivo come mi dipingono. Ho fatto tanto male e tanto ne ho ricevuto. Molto male era giustificato e non me ne pento. Altro male potevo evitarlo. Insieme a questa busta trovi i risparmi della mia vita. A me non servono più, alla Cascina Marì serviranno. Sia chiaro, non lo faccio per te – di te non me ne importa niente – lo faccio come mia scelta personale, lo faccio perché come me anche quella vecchia Cascina merita una seconda opportunità. Nella busta trovi anche un elenco di nomi. Sono persone a cui ho fatto del male e che, forse – ma solo forse – non lo meritavano. Ti chiedo di far avere ad ognuno di loro la cifra corrispondente che ho annotato accanto al nome. È il valore che ho attribuito per ripagarli del torto ricevuto. Quanto a me… tolgo il disturbo.
Focosi saluti

Pio

Pio ha tolto il disturbo. Lucia scorre la lista di nomi e le cifre. Incredula si accascia sul divano. Vorrebbe negare il significato il quella lettera. Vorrebbe stracciarla e far finta che non sia mai pervenuta. Vorrebbe essere capace di ignorare. Due giorni dopo trovano il corpo di Pio nel canalone del sacro fiume.

Lucia non è mai stata tenera con i morti e meno ancora con i suicidi. L’equazione è semplice: se sei uno stronzo in vita lo sei anche quando il tuo corpo riposa freddo in una bara. Chissà perché le carogne più nere di questa terra da morti diventano quasi dei santi: “In fondo era un bravo ragazzo…”. Bravo ragazzo un corno. Era un deficiente e tale è rimasto. L’unica differenza è che ora è un deficiente stecchito. Queste amene e sacrileghe riflessioni accompagnano l’entrata di Lucia in chiesa.

Al funerale di Pio c’è poca gente. Anche lei avrebbe voluto non esserci, ma Nando sa vedere il mondo nelle gradazioni di grigio e non solo in bianco e nero. Nando l’ha trascinata.
“Lucì! E piantala di rompere. Era na testa e’ cazzo, ma ti ha lasciato i soldi per sistemare l’altopiano. Dove non arrivo io è arrivato lui.”
È un modo di vedere, non c’è dubbio, ma per Lucia sono soldi sporchi, come è sporca l’idea di dare un valore in denaro ad un torto subito. La lettera è una lettera da tipico suicida. Neanche le palle per dire le cose in faccia. Nessun coraggio di restare ad affrontare la vita, solo l’ingiusta decisione di morire lasciando chi resta nella merda e con i sensi di colpa.

Nessun rispetto: Lucia è furiosa. Pio ha rovinato la Cascina Marì. Pio ora le dà modo di sistemare tutto l’altopiano. È furiosa con lui, è furiosa con se stessa perché non può perdonare l’imperdonabile. Sarebbe più semplice, si starebbe meglio, ma non si può. Pio ha sbagliato e non ci sarà modo di farlo pagare.
Può la morte cancellare le pene e le colpe? Lucia non crede.
Lucia deve imparare ad amare: il perdono verrà con il tempo.

“Le statistiche del trenino” continua sabato 17 ottobre 2020 con un nuovo capitolo. Non perdetevelo!

Una lettura di BluttaBlatta
Suoni: Freesound Inchadney, Dobroide, Piet candeel pandora be, CD Angels, Lentuss, Jpbellingsleyjr, Leeharebbeccah
Musiche incompetech.com: “Teddy Bear Waltz” di Kevin MacLeod

Chi ha scritto questo racconto

BluttaBlatta
BluttaBlatta

"Un marito.
Due gatti.
Tanti libri.
Mille parole.
"
Martina Ravioli