La casa delle nonne

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La casa delle nonne
Fotografia del Circolo Fotografico “IL MULINO” di Treia e realizzata dal fotografo Andrea Cotica.

La porta blu slavato sulla sinistra fa da contraltare alle sgangherate ante, di un marrone che ha visto tempi migliori, dell’uscio di destra.
Guido scuote la testa. Quell’improbabile bicromia gli ricorda gli occhi di Popo, l’allegro Husky del suo burbero cognato Goffredo. Ed in effetti sembra proprio che la casa lo guardi con due occhi appena socchiusi ai lati di una bocca serrata come a voler celare, dietro al portoncino robusto e con un unico maniglione in ferro battuto, i segreti di famiglia.

Le prime gocce del temporale bagnano il cappello di Guido, che si precipita verso l’entrata.
“Così non va bene, non va bene per niente!”
Il suo borbottio si spegne, fuso nel cupo rombo del tuono dietro la montagna.

No, in effetti, il cartello VENDESI messo solamente sul civico n.19 non funziona: è in vendita tutta la casa, non solo quell’entrata. Dovrà parlare con l’agenzia, ma più tardi, ora vuole solamente entrare. La grossa chiave entra a fatica nella toppa arrugginita e l’uscio si apre su di un ingresso scuro e impolverato.
Una foto di zia Tina in abito da sposa troneggia sopra il mobile, accanto ai resti di una candela che, sciogliendosi, ha lordato il centrino di pizzo ingiallito dal tempo.

La terra umida e scura non si è ancora bene assestata sulla tomba della vecchia signora. L’erba ha iniziato a crescere in radi ciuffi pelosi e la lapide risulta troppo nuova per fondersi armoniosamente con il panorama di tombe del piccolo cimitero racchiuso da un basso muro a secco. La pietra tombale spicca lucida e chiara, elevandosi come una regina su sudditi che vanno dal vecchio all’antico.
Tutta la famiglia Maestrani si trova riunita nella morte come nella vita. Accanto a Tina, il fratello Settimio. Qualche fila più avanti l’altro fratello, Uboldo. Più indietro i genitori, i nonni, gli avi e una sfilza interminabile di cugini, zii e prozii. Guido era passato distrattamente tra quella pletora di nomi senza volto, soffermandosi solamente sui tre fratelli, gli unici di cui abbia qualche memoria più o meno infantile: “Manca solo nonna Flo.”

Lo sguardo di Guido si perde lontano. L’ultima a lasciare questa valle di lacrime, per dirla proprio con parole sue, era stata la zia Tina, appena tre mesi prima. Una vita lunga e una morte rapida e Guido, d’un tratto, si è trovato proprietario di una vecchia casa in uno sperduto angolo di mondo. Delizioso per le ferie estive di un bambino, scomodo per la quotidiana fretta di un adulto.
Non aveva perso tempo. Senza neppure andare a vedere i mattoni di cui ora disponeva, aveva ingaggiato un’agenzia immobiliare. “Che sia venduta in fretta e bene.” Si era raccomandato, ma tutto questo prima di ricevere la lettera.

L’aveva ricevuta due giorni prima, giusto il tempo di chiudere in valigia quattro stracci per cambiarsi, lo spazzolino da denti e il biglietto aereo comprato in fretta e furia ed eccolo qui, con i piedi appoggiati sul tappeto ormai liso su cui si divertiva, molti anni prima, a far scorrere le macchinine di latta.

La casa è proprio come nei suoi ricordi di bambino. Stretta e allungata, con le stanze che si propagano all’interno delle mura come un labirinto. E labirintica lo era davvero, ma non da sempre.
La mamma gli aveva raccontato che le tre case di zia Tina, zio Uboldo e zio Settimio erano, un tempo, un’unica grande dimora di paese che ospitava tutta la famiglia. Poi i vecchi avevano raggiunto l’età della dipartita e i tre fratelli, due scapoli e una zitella, si erano divisi lo spazio, costruendo improbabili muri storti, ripidi scalini e inquietanti vani comunicanti che permettevano, quando la porta non era chiusa a chiave, di passare da una parte all’altra di quel regno nascosto.
Due buchi erano stati aperti sulla facciata principale e due nuovi ingressi si erano aggiunti ai lati di quello già esistente. Nuovi numeri civici e tre zerbini di corda intrecciata hanno fatto la loro comparsa.

Dal labirinto era fuggita solo nonna Flo, l’unica Maestrani ad essersi felicemente sposata ed emigrata in Svizzera. Come voleva bene alla sua nonna Flo, gliene volevano tutti. Anche zia Tina intratteneva con lei una fitta corrispondenza e ogni volta che Guido rientrava in Svizzera dalle brevi vacanze estive al paese, lo riempiva di regali anche per la nonna, con la preghiera di accompagnare ogni regalo con un bacio. Un legame così forte il loro che erano morte solo a una settimana di distanza. A Guido piace immaginare che le loro anime siano unite in cielo, anche se i corpi sottoterra sono separati da vette alpine, laghi, fiumi e molti chilometri.

Guido avanza circospetto lungo lo stretto corridoio che si addentra nel ventre della casa. Da quando lo zio Uboldo e lo zio Settimio hanno lasciato sola zia Tina, le porte comunicanti sono sempre spalancate, come a cercare di riportare unità, là dove le mura avevano diviso la vecchia casa.

La lettera è molto dettagliata. A Guido rimbomba in testa la voce bassa e grave della zia, come se invece di avergli scritto, gli sussurrasse all’orecchio.

“Stai attento quando girerai la chiave nella toppa. La serratura tende a bloccarsi. Una volta in casa prosegui lungo il corridoio fino alla mia camera. Te la ricordi? Ti piaceva tanto saltare sul lettone e a ogni tuo balzo la stanza si riempiva della polvere del tempo. Apri il primo cassetto del comò, subito sotto la specchiera. Esatto, quella specchiera che mi avevi incrinato con un tiro di pallone. Oh come mi era dispiaciuto. Poi, però, ti avevo guardato negli occhi, quegli occhi così simili a quelli di tua mamma, così uguali ai miei, di quel nero così profondo che sembra risucchiare tutti i pensieri di coloro che vi posano lo sguardo. Non riuscivo proprio ad arrabbiarmi con te e così quella sera avevamo mangiato le frittelle. Quelle unte e zuccherose che divoravi goloso. Come me d’altronde. Ma torniamo a noi. Apri il primo cassetto e prendi il diario. Lì troverai la verità.”

La verità di cosa Guido non lo sapeva, ma nel leggere la lettera gli si erano torte le budella e un bisogno impellente di scoprire, di scavare, si era impossessato di lui. Alla mamma non aveva detto nulla. Lisetta non andava troppo d’accordo con zia Tina e non voleva farla impensierire. Era arrivato all’aeroporto all’inizio dell’autunno e si era ritrovato al paese alla fine dell’estate. Il cambio del clima al cambiare dei posti è un po’ come un viaggio nel tempo, ma era solo il primo passo di un percorso molto più lungo.

Il taxi lo aveva portato fino alla piazza principale e da lì si era incamminato subito verso il cimitero. La foto sulla lapide è la stessa che troneggia all’entrata della vecchia casa: zia Tina vestita da sposa.

La vergogna si era abbattuta sulla famiglia al termine di una bella giornata primaverile. C’erano tutti i parenti con gli abiti della festa. La sposa, pallida per l’emozione, era uscita di casa al braccio del padre. Le mani stringevano un vistoso mazzo di fiori che nascondeva la sua esile e minuta figura rinchiusa in un vestito bianco che, morbido, scivolava fino al suolo.

Il rinfresco era già pronto in salotto ed aspettava solo la conclusione del rito per essere poi spazzolato da pance ancora affamate per la recente guerra. Il parroco era in paziente attesa dietro l’altare ornato a festa e i chierichetti cercavano di sopportare il tedio dell’aspettare pensando ai confetti di ricompensa. Era tutto perfetto, erano tutti felici. Una felicità intrappolata nelle beffarde foto che accompagnano il diario di zia Tina. Lo sposo non si è mai presentato. E la sposa non è mai divenuta moglie.

19 aprile 1947
Dicono che sia scappato in America. Diceva di amarmi e forse aveva ragione. Forse sono io a non averlo amato abbastanza. Mamma e papà hanno scoperto tutto. Papà ha minacciato di buttarmi fuori casa e mamma ha iniziato a piangere ed è da tre giorni che non smette. Domani parto per la Svizzera. Raggiungo Flo, fino a quando tutto sarà finito.


Già la nonna Flo c’era veramente per tutti. Guido si appoggia al muro scrostato. Un vago sospetto scava dentro la sua pancia come un tarlo e piccole fitte di ansia e sgomento lo fanno accasciare al suolo.

30 ottobre 1947
La mia bambina è nata. È bella e vivace. La scorsa notte non mi ha fatto dormire neppure un minuto. Pazienza, devo godere ogni attimo con lei. Quando papà lo ha saputo ha detto che sono una svergognata e che mai troverò un altro marito dopo aver tradito il primo ancor prima di sposarlo. Non mi importa. La mia Lisetta è il frutto di una notte d’amore e questo mi basterà per tutta la vita. Flo è contenta di poter diventare mamma. Per tutti sarà figlia sua, la figlia che, naturalmente, mai avrebbe potuto avere. Al marito non dispiace, o forse non importa. Ora devo scappare, devo cullare la mia Lisetta finché sono qui, finché posso. Tra meno di un mese torno al paese. Tra meno di un mese non sarò più mamma,ma solo zia.


La nonna Flo, la zia Tina. La nonna Tina, la zia Flo. Un turbino di domande schiaccia Guido sul pavimento. Un segreto lungo più di mezzo secolo è troppo potente per venir affrontato tutto in una volta.

Guido si alza barcollando. La vecchia casa gli pare ora un libro da leggere e da scoprire: un labirinto per arrivare alla verità. Spalanca la porta d’ingresso. Il respiro rantola alla ricerca di aria. La pioggia cade fitta e i gradini sono scivolosi. Guido si muove come in sogno e si avvicina alla vecchia porta marrone. Gli occhi percorrono tutte le lettere del cartello VENDESI che viene strappato con un gesto quasi rabbioso.

Ora non può vendere il passato.
Ora lo deve capire.
Domattina chiamerà l’agenzia.

Sotto la pioggia si avvia verso la piccola chiesetta in fondo alla strada. Vuole accendere un cero al passato. Non sa ancora bene a quale nonna dedicarlo, ma di una cosa è sicuro. Che sia Tina o Flo la mamma della mamma non ha importanza: entrambe hanno il diritto di essere nonne.

Racconto partecipante al concorso “L’immagine parla 2018 – XII edizione” dell’Associazione culturale Il Maestrale. Il concorso letterario prevedeva l’ideazione di un racconto a partire da una fotografia.
Se i racconti di segreti e di passato vi piacciono, provate a curiosare nella sezione “memoria“.

Una lettura di BluttaBlatta
Suoni: Freesound Angelkunev, Inutec, InspectorJ, 14fsmitakovak, Flathill
Musiche incompetech.com: “Gymnopedie No. 1″ di Kevin MacLeod

Chi ha scritto questo racconto

BluttaBlatta
BluttaBlatta

"Un marito.
Due gatti.
Tanti libri.
Mille parole.
"
Martina Ravioli