L’airone

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L'airone

L’airone è lì, al solito posto dietro la curva del sentiero che costeggia il ruscello. Appena si accorge di non essere solo, spicca il volo e si posa nel prato umido. Pep lo osserva malinconico. Per anni ha salutato l’animale con un sorriso radioso. Il loro, ormai, era un appuntamento fisso. Tutte le settimane Pep scendeva dall’Alpe per portare il latte al paese. Tutte le settimane, un saluto scendendo e un saluto salendo.

Questa volta, però, è diverso. Questa volta non ci sarà nessuna risalita, ma solo un addio all’Alpe che lo ha visto nascere. L’airone lo guarda altero e distante dagli umani struggimenti come solo la montagna sa essere. Pep riprende il cammino. Un involto con i suoi pochi stracci sobbalza ad ogni sasso del ripido sentiero, mentre il fardello pesante che sente nel cuore lo trascina a fondo.

“Nonno svegliati, siamo arrivati!” Mattia scuote l’anziano signore.
Mamma Carolina cerca di calmare il figlio. Il nonno gli sorride. Si rivede bambino, animato della stessa energia del nipote mentre scorrazzava su e giù per gli alpeggi guidando le mucche con un lungo bastone nodoso. La sua preferita era Carolina, l’amava così tanto da serbarne il ricordo per i lunghi anni vissuti lontano dalla sua terra. L’amava così tanto da chiamare la sua unica figlia con il nome di quell’animale grande, mite e fiero.

Ora sono qui, sessant’anni esatti dall’ultimo saluto all’airone, Pep torna sulla montagna. Nel suo cuore cova la speranza che il grosso uccello grigio sia lì ad attenderlo, come se invece che più di mezzo secolo fossero passate solamente le poche ore necessarie a vendere e comprare i viveri come d’abitudine. Da quando era emigrato, non aveva mai voluto tornare alla montagna. Troppe ferite, troppo dolore. Non si può estirpare un albero dal suo bosco e provare a ripiantarcelo anni dopo, non funzionerebbe. E così Pep era diventato Giuseppe in città e l’alpe era stata sepolta nel suo passato.

“Tu devi essere Giuseppe!”
Lo zio Rino, alto e severo, lo aspettava in stazione. La fame sull’Alpe si faceva sentire e il padre di Pep era convinto, in buona fede, che il futuro per il figlio fosse oltre i pascoli. Aveva scritto al fratello, emigrato anni prima, e alle lettere era seguita la partenza. Zio Rino condusse il giovane montanaro attraverso la calca della stazione, fendendo la folla con un liscio bastone da passeggio, tanto diverso eppure uguale a quello che serviva per guidare la mandria. Gli imponenti edifici e i larghi viali cedettero il passo a una periferia vecchia ancor prima di nascere, che per tanti anni sarebbe stata la casa di Giuseppe.

Caro fratello mio,
gli affari in città vanno bene. La guerra lascia il posto alla ricostruzione e le braccia per lavorare servono sempre. Mandami pure il ragazzo, se sarà un buon lavoratore non gli mancherà un tetto e del pane. Di più non posso offrire, ma se avrà le capacità potrà costruirsi un futuro con le sue mani.
Rino


Il disprezzo per le proprie origini aveva reso Rino sordo ad ogni malinconia e ben presto Giuseppe aveva seguito il suo esempio, non per disprezzo, ma per il troppo dolore della distanza. Era un ragazzo sveglio e lo zio, seppur cinico, sapeva riconoscere i buoni lavoratori. Ben presto da semplice manovale era passato caposquadra e nel giro di qualche anno capocantiere.
Il giorno del funerale del padre, Giuseppe si era addirittura rifiutato di tornare alla montagna e ora, di nascosto dalla figlia e dal nipote, aveva comprato il cero più bello che era riuscito a trovare. Lo avrebbe acceso sulla tomba al piccolo paese, tomba di cui serbava vergognosamente una fotografia nel portafoglio.

Una mattina di marzo il grigio dei palazzoni fu illuminato da un sorriso gioioso in cui a Giuseppe parve di nuotare. Neanche sei mesi dopo, la nuova segretaria si ritrovò nuova moglie e la piccola famiglia si ingrandì presto con tre ragazzi scalmanati e una bimba. Ormai l’Alpe era solo uno sfumato ricordo e Giuseppe apprezzava le comodità della vita cittadina. Non parlava volentieri del passato e Carolina avrebbe scoperto l’origine del suo nome solamente alla nascita del figlio Mattia, poco dopo la morte della mamma.

“Papà, vieni a vivere con me e Massimo! E poi tra un po’ saremo in tre, e avrò bisogno di una mano.” Frastornato e incredulo, Giuseppe non era riuscito a nascondere una lacrima. I tre figli erano lontani, emigrati a loro volta: chi per lavoro, chi per studio e l’ultimo, il più piccolo, per amore. Il rigido padre li aveva osservati partire austero, ma dentro di sé ad ogni partenza rivedeva il saluto del suo airone e un pezzo di cuore moriva nel suo batter di ali.

Era rimasta solo Carolina, figlia inconsapevole dei tormenti del padre. Giuseppe si rifiutava di parlare del passato. Non voleva aprire la porta della sua vita, la sua vera vita, prima della lunga agonia dettata dalla lontananza. Era stato felice in città, aveva amato e desiderato la moglie Maria, si era fatto un nome e una posizione, aveva cresciuto bravi ragazzi, ma non si era mai più sentito così libero e completo come quando, dopo una giornata a strappare sterpi e manovrare la zangola, si fermava ad osservare il cielo notturno al canto dei grilli.

“Eh già Mattia, tua mamma si chiama proprio come la mia mucca preferita!” Come aveva riso il nipotino e come si era indignata la madre. Al solo pensarci a Giuseppe ancora si incurvano le labbra in un sorriso. Così, racconto dopo racconto, Mattia era riuscito, inconsapevole balsamo per l’anima, a scavare nel passato del nonno e aveva permesso a Carolina di imparare a conoscere un padre che mai prima si era svelato ai suoi occhi. Da quando poi avevano scoperto che sulla montagna si chiamava Pep, tutta la famiglia, genero compreso, si era rifiutata di continuare a chiamarlo Giuseppe.

“Carolina dovresti portare tuo padre sull’Alpe. Gli restano pochi mesi ormai, lo sai, e se anche lo nega con tutte le sue forze, io vedo il desiderio nei suoi occhi.” Il marito aveva ragione. Tempo di prenotare i biglietti del treno, di fare i bagagli e di partire.

Solo quando la locomotiva aveva iniziato a tirarli verso il futuro, Carolina aveva svelato a padre e figlio dove li stava portando. “Mamma, davvero? Andiamo a vedere la montagna di nonno Pep?” L’ombra scura di paura che adombrava lo sguardo di Pep era stata spazzata via dall’entusiasmo del nipote e il nonno, che racchiudeva in sé un ragazzo tradito e un uomo incompleto, aveva accettato di buon grado questo viaggio nel passato.

Il ritmico avanzare dei vagoni aveva cullato le paure e i desideri e il sogno si era insinuato nella veglia fino a fargli rivedere, per la prima volta, il suo airone. Ora Mattia lo tirava per la manica e lo incitava ad alzarsi.

Il treno si è fermato nella piccola stazione da cui, anni prima era partito.
Tre generazioni, mano nella mano, si avviano verso il paese e la montagna.
Attraversano il ponte, troppo nuovo su di un torrente troppo vecchio per risultare credibile.
Sotto di loro un airone spicca il volo.

Secondo classificato nella sezione “Emigrazione” del concorso internazionale “Salviamo la montagna 2018” promosso dal Comune di Toceno (Italia) e dalla Fondazione Valle Bavona (Svizzera).
Se il racconto vi è piaciuto, provate a leggere “Una lira per un chilo di pane“, secondo classificato nella sezione “Premio di narrativa Plinio Martini” del medesimo concorso.

Una lettura di BluttaBlatta
Suoni: Freesound Inspectorj, Felix Blume, Sandermotions

Chi ha scritto questo racconto

BluttaBlatta
BluttaBlatta

"Un marito.
Due gatti.
Tanti libri.
Mille parole.
"
Martina Ravioli