Una lira per un chilo di pane

U
Una lira per un chilo di pane

Si chiama Celestina. È morta.

“Oh tusa, veloce con sti piatti”. La bambina osserva l’uomo burbero che la sovrasta. È da due mesi che fa la sguattera all’osteria del piccolo paese. Compirà sette anni tra poco eppure guadagna già il pane per tutta la famiglia: una lira al giorno, il costo di un chilogrammo di michette. L’inverno è così, duro lavoro e poco svago. La scuola resta circoscritta al magro tempo libero che resta: di sicuro non è una priorità. Siamo negli anni venti del ‘900 e la piccola Celestina non sa che farà in tempo a vivere tutto il secolo.

Nel borgo di mezza montagna le stagioni si accavallano al ritmo della fatica. Le calze fatte a mano crescono d’inverno al lume di candela, mentre d’estate è il grano a crescere alla luce del sole.

“Arrivi, Sciur Padrùn!”.
Siamo a Pasqua e i benestanti milanesi affollano le poche camere annesse all’osteria. Celestina sciacqua i piatti nel gelido acquaio in pietra e si perde ad osservare il volo di una poiana che punta verso l’alpe. Deve tenere duro ancora un po’ e poi si lascerà alle spalle la cucina maleodorante, le mani lunghe dei villeggianti borghesi di mezza età e le urla del Sciur Padrùn. Ancora pochi mesi e saliranno alla cascina, con poche bestie e una torma di bocche da sfamare.

La bella ragazza muove rapida il rastrello avanti e indietro. Con fare sapiente raggruppa le foglie di faggio. Serviranno per preparare il letto alle vacche nella stalla di paese.
È inizio autunno e la pelle dorata riflette i raggi del sole estivo immagazzinati nelle lunghe ore di lavoro all’aperto. Ormai sono lontani i tempi in cui faceva la servetta all’osteria. La guerra ha distrutto le antiche abitudini e solo qualche famiglia sfollata è arrivata al paese, ma non sull’alpe. Qui ci viene solo chi ci lavora e Celestina è salita con la famiglia alla fine della primavera.

Il lungo corteo è partito dal paese in una bella mattinata che non rendeva giustizia alla tragedia della guerra. Il vecchio padre apre le danze. Dietro seguono cinque mucche e il maiale che, Dio solo sa come, anche quest’anno riusciranno a far ingrassare. Le galline starnazzano stipate nelle stie che ondeggiano sul piccolo carretto tirato da un vecchio asinello malconcio. “Oh Celestina. Se l’asan arriva all’alpe anche quest’anno l’è un miracul!” Il fratellino dà di gomito a Celestina che si mette a ridere. È rimasto solo lui ormai, i fratelli più grandi sono partiti militari. Non torneranno alla fine della guerra, ma questo in quella bella mattina ancora non si sa. Dietro al carro seguono le sorelle, il fratellino e la mamma. Ognuno con una gerla sulla schiena, carica di conigli che si godono il viaggio.

L’arrivo all’alpe è una festa. Le mucche si sparpagliano nel piccolo pascolo, diviso nel mezzo dalla sorgente che alimenta il torrente del paese. Sono felici anche loro di poter riprendere a respirare dopo un lungo inverno nella stalla. Le galline vengono liberate nel recinto di reti e sterpi che la volpe, più di una volta, è riuscita a superare per fare strage di inconsapevoli pennuti. I conigli vengono deposti e l’asino, anche quest’anno, può dire di avercela fatta. Sono i suoi ultimi giorni. Morirà ucciso da un soldato che non ha trovato nulla di meglio da fare che far cantare il fucile per la rabbia.

La pattuglia è arrivata all’alpe sicura di trovare disertori e rifugiati. Ha trovato solo una famiglia dimezzata stretta attorno al camino. Il paiolo con la magra polenta borbotta sul fuoco e Celestina è intenta a consolare il fratello per la perdita anche dell’ultimo coniglio: requisito dalle truppe.
“Non è giusto! Vengono qui solo a rubare!”
“Shh taci, non senti che arrivano?!”
L’uscio si spalanca sotto la forza di uno scarpone chiodato. La stalla è già stata messa a soqquadro e l’irritazione dei soldati è cresciuta con la costatazione che non avrebbero trovato nulla. Da alcune settimane requisiscono poi anche dieci litri di latte al giorno. Sull’alpe vicina, il Toni ha provato a fare il furbo: ha mischiato latte e acqua per allungare la speranza di avere abbastanza da mangiare per la sua famiglia. Lo hanno scoperto. È finito deportato.

Celestina osserva le divise con aria truce. Ha imparato che è meglio non dire nulla. I soldati entrano, rovesciano il paiolo e la cena, già povera, finisce bruciata nel fuoco. Sarà un’altra notte a stomaco vuoto. Passano i secondi, cresce la tensione. Il cielo è talmente terso che anche le stelle osservano le ingiustizie del mondo. Questa volta gli scarponi hanno fatto la strada per niente. Qui non c’è nulla. I soldati se ne vanno come sono arrivati: sbattendo la porta. Uno sparo echeggia nella notte. L’alba sorgerà sul cadavere perforato di un asino macilento e innocente.

Passano i mesi, passano gli anni. L’alpe diventa rifugio dei partigiani e di chi, a torto o a ragione, è sfuggito dalle maglie della giustizia degli uomini e dell’ingiustizia delle armi. La vita è dura e la montagna è madre amorevole che dona e matrigna crudele che reclama.

Mai però è stata più generosa di quando Celestina si è sposata. La chiesa del piccolo paese è piena fino all’orlo e i fiori bianchi adornano le semplici panche. Gilardo l’aspetta all’altare. Vestiti semplici e mani da contadini si uniscono finché morte non li separi. Il pranzo è frugale e poi via, veloce e in fretta perché ci sono le mucche da rigovernare e le mucche non aspettano i comodi altrui. Che buffo, pochi anni dopo le mucche avrebbero lasciato il posto alla forgia e Gilardo da contadino sarebbe diventato fabbro. L’officina sorgeva a lato del piccolo torrente che nasce sull’alpe e scende fino ad unirsi, molti metri più in basso, al lago che fa da specchio alla montagna.

Come scorre l’acqua, così scorre il tempo. Quando Celestina era piccola c’erano cento mucche sugli alpeggi sopra al paese. Poi è arrivata la guerra ed è cresciuta la fame. Le mucche sono scomparse e le attività si sono spostate fino ad andare via del tutto ed arrivare in città. È andata via la fame e anche la guerra. La miseria e la povertà, ma con gli anni sono scomparsi anche gli animali e le persone spesso sono partite per non fare più ritorno, se non nelle vacanze estive per ritrovare i vecchi lasciati qui, tra queste case di sasso, con le tegole cotte dal sole e gli infissi dei vetri scrostati dal vento.

Celestina ha visto tutto questo. Ha visto la montagna crescere, fiorire, dare frutti e poi appassire sotto i colpi delle violenze e dell’abbandono.
Chissà cosa direbbe oggi, vedendo la sua cascina diventare un rudere, gli spiriti degli animali sbiaditi ormai anche nei ricordi e il paese che muore di solitudine. Forse soffrirebbe o forse saprebbe cogliere la speranza del cambiamento. Il riavvicinamento alla terra e alla natura che molti auspicano, ma pochi ancora praticano. Forse sarebbe convinta che quei pochi potrebbero diventare sempre di più, fino a ripopolare l’alpe di canti e risate. Forse non lo sapremo mai. Forse è meglio così.

Si chiamava Celestina. Era la mia nonna.

Racconto dedicato a nonna Celestina e alla sua vita straordinaria.
Secondo classificato nella sezione “Premio di narrativa Plinio Martini” del concorso internazionale “Salviamo la montagna 2018” promosso dal Comune di Toceno (Italia) e dalla Fondazione Valle Bavona (Svizzera).
Se i racconti ispirati dal passato e dalla vita vissuta toccano la vostra anima, provate a curiosare nella sezione “memoria“.

Una lettura di BluttaBlatta
Suoni: Freesound Dobroide, Tieswijnen, Bananplyte, Truflabart, Acclivity

Chi ha scritto questo racconto

BluttaBlatta
BluttaBlatta

"Un marito.
Due gatti.
Tanti libri.
Mille parole.
"
Martina Ravioli