Le statistiche del trenino: nono capitolo

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Le statistiche del trenino: nono capitolo

Ecco il nono capitolo de “Le statistiche del trenino“.
Se vi siete persi l’ottavo capitolo lo trovate qui.
BluttaBlatta vi augura buona lettura
.

Settembre

Lucia e la Tedesca, che ora ha una cicatrice in più e una cistifellea in meno, stanno raccogliendo i tardivi frutti dell’ordinato orto.
Dalla scura e profumata terra sono nate delle cipolle grosse come zucche. Sono delle signore bulbose che mostrano orgogliose un ventre tondo come la luna. Accanto alle cipolle avevano piantato anche gli agli. Bulbosi anche loro, ma cresciuti striminziti e piccoli tanto da far pietà. Ma è possibile che tutto il ricco nutrimento sia stato assorbito dalle une e non dagli altri? Anche tra gli ortaggi ci possono essere lotte furibonde per accaparrarsi l’azoto più succulento o il fosforo più saporito? Evidentemente sì, pensa Lucia.

Le viene in mente una bella storia illustrata che amava da bambina: “La guerra tra i Le-gumis e i Po-satis”. Una guerra senza esclusione di colpi, risolta alla fine da un timido cucchiaio e un avventuroso pisellino. La Tedesca le ha riempito l’infanzia di libri e racconti. L’età adulta ne risente felicemente. Uno spirito un po’ poetico, un po’ romantico e il piacere della narrazione. L’amore per la lettura e per il camminare. L’amore per i boschi e le montagne. Ogni bello ha, però, il contraltare. A Lucia è rimasta la difficoltà di inserirsi in una società strutturata e a tratti chiusa. Pazienza, imparerà anche questo.

Le riflessioni vengono interrotte dall’arrivo del Fabbro che sventola un cellulare. Se possibile il Fabbro è diventato ancora più paranoico e tampina la Tedesca da mane a sera. L’idea che sia in giro senza cellulare, da usare in caso di bisogno, lo fa ammattire.
Che bella che era l’epoca pre-telefonia. Ecco che ripartono le riflessioni. L’era in cui si aspettavano le lettere in trepidante attesa. Il momento dell’apertura della busta. La scoperta di una grafia storta e un po’ disordinata che non riusciva a nascondere la sofferenza della distanza.
L’epoca del silenzio.
L’epoca in cui c’era spazio e tempo solo per le parole veramente importanti.

Lucia e Nando sono seduti sulla vecchia panca in pietra fuori dalla Cascina Marì. La prima è reduce da una lunga settimana lavorativa e di intensi allenamenti. Le gambe sono felicemente doloranti e Napoleone le mostra tutto il suo disprezzo allontanandosi appena la vede. Ha paura che lo costringa, per l’ennesima volta, a quella specie di marcia forzata che sta diventando un’abitudine. Cosa ci troveranno poi gli umani nel camminare senza un motivo, per Napo è un mistero insolubile. Nando è sereno, ma stanco. Il vecchio corpo, ancora pieno di vita, non vorrebbe soccombere agli acciacchi dell’età, ma ormai le gambe sono diventate tre in pianta stabile. Pingo: piede destro. Pongo: piede sinistro. Pango: il bastone.

“Come stanno Pingo e Pongo oggi?”
Lucia è attenta al suo nonno d’adozione.
“Lucì… come stanno? E che dumande sugno??? Stanno accussì.”
Nando non ammetterà mai l’età che avanza. Insieme osservano un Pippo che, nella luce del pomeriggio, pesca nello stagno. Quando pescano, gli aironi sono l’eleganza fatta uccello. Dritti e attenti, con il lungo collo in tensione e il becco pronto a scattare per afferrare un lesto pesce. Quando, invece, sono a riposo, i Pippi sono proprio brutti. Ingobbiti e foschi, con il lungo collo ritratto, assomigliano più a degli avvoltoi menagrami che a degli eleganti trampolieri. Però, a ben pensarci, è abbastanza la norma. Quando vogliamo qualcosa tutti, umani e animali, ci mostriamo al meglio della nostra forma. Quando, invece, possiamo essere noi stessi, non investiamo inutili energie nell’apparenza.

Da lontano inizia a giungere il suono delle voci squillanti dei bambini. Oggi è il primo giorno di scuola e la Maestra Lisetta ha deciso di fare la festa di benvenuto sull’altopiano.
Lucia ha preparato per ogni bambino una mappa con l’indicazione del suo turbín e Nando, felice nonno adottivo, ha imbandito un tavolo con dolci e torte che potrebbero sfamare tutta la scuola e non solo la piccola classe che sta arrivando. Davanti ai bambini c’è Lisetta. La maestra, piccola ma tracagnotta, avanza velocemente nonostante i suoi cento Kg e passa. Dietro di lei i bambini. Esaltati dal capire che l’apprendimento, per quest’anno, non sarà fatto solo di libri e lavagne, ma anche di mattoni e di pietra. In fondo: i genitori. Chi sbuffa, chi arranca, chi si lascia contagiare dall’entusiasmo della prole.

Ad ogni bambino viene consegnata la mappa. Ad ogni genitore il buono per il ritiro del materiale. Alla Maestra resta la supervisione del tutto. Il folto gruppo inizia il giro dell’altopiano. La scoperta di quanto era e quanto sarà. Qualche mamma e qualche papà ricordano ancora i racconti dei nonni su quella terra di campagna. L’entusiasmo inizia a serpeggiare, strisciante come un serpente, ma allegro come un arcobaleno. Qualche malmostoso c’è sempre e Lisetta lo sa bene.
A lei il compito di coinvolgere tutti.
A Nando il piacere di servire tè e biscotti.
A Lucia la serenità di sapere che non tenere tutto per sé è la cosa giusta.

Luci che feriscono gli occhi.
Rumori che straziano le orecchie.
Odori che bruciano le nari.
Laboriosa e moderna società umana che ha fatto della confusione la sua ragione di vita. Lucia avanza. Stanca già di primo mattino. La stanchezza non è del corpo. È della mente. Ha lasciato parcheggiata l’auto dietro ad una scura siepe, su un discosto sterrato.
Lì era buio e il silenzio imperava ancora. Una bellissima luna acquarellata lambiva il profilo delle montagne incombenti. Strati di nubi sottili ne sfumavano i contorni. Una palla lattiginosa e malinconica come in un quadro di Turner. A farle da contraltare, dall’altra parte della volta del cielo, l’alba. Sbuffi rosa di nuvole illuminate dal sole nascente creano un mare sospeso. È una magia di pochi minuti: la notte e il giorno che si mostrano uniti.

Neanche il tempo di ammirarne l’incanto e Lucia si trova a camminare sullo stretto marciapiede che costeggia una strada trafficata e veloce. Macchine e moto scorrono rapide e nervosamente prestanti. Una perenne lotta per il più veloce e il più rombante. L’intera vita è un’eterna competizione. L’uomo ha il buon tempo di star qui a raccontare che bisogna vivere uniti e lavorare insieme. Tutte balle. Tutte false invenzioni create per giustificare una società che vuole essere equa, ma non riesce nell’intento. Possiamo divertirci a parlare di altruismo e generosità, ma la verità ultima, a parte poche eccezioni, è una sola: l’uomo è profondamente e intimamente egoista. Un egoismo sano, ben si intende. L’egoismo che ci permette di sopravvivere e di tramandare il corredo genetico alla prole. La società viene tollerata soltanto nel momento in cui serve a rimanere in vita e a progredire. L’uomo è un animale sociale unicamente per utilità, facciamocene una ragione. Per il resto del tempo ci si tollera a fatica.

Un po’ come il gruppo dell’altopiano. È un insieme unito, non c’è dubbio, ma è unito perché ad ognuno serve il lavoro di tutti.
Gino, ad esempio, è stato disposto a cedere Bubu, ma unicamente perché lo ha visto più felice alle cascine che non nello stretto loculo che occupa in paese. Gino è buono, ma si è unito al progetto per non esserne escluso, per avere qualcosa con cui riempire le stanche giornate, non per mero altruismo. Ora sovraintende al progetto dei turbín per il lato tecnico. Per il lato organizzativo deve sottostare, come tutti, alla buona, ma inflessibile Lisetta.

Lucio e la Gattara sono alle prese con il Pessin e hanno ricevuto un primo avviso positivo per l’Osteria. Se tutto procede come deve, e non è cosa scontata, riceveranno la licenza alimentare entro fine ottobre.
La Tedesca sta ultimando i raccolti dell’orto e sta preparando le semine invernali.
Il Fabbro è impegnato in officina.
Nando esige che tutte le porte, cancellate, inferiate, corrimani, chiavistelli e ringhiere siano in ferro battuto. Lavoro di forgia e di muscoli. Caldo sudore e bollenti vapori. Sta uscendo un capolavoro.

Franco, dopo lo spavento con le galline, è diventato il guardiano di animali più attento della storia. Sta preparando le stalle per la prossima primavera, quando arriveranno le mucche. Le mangiatoie sono quasi finite e i week end sono passati su e giù per l’intero paese a visitare tutte le fiere agricole possibili e immaginabili. La cultura di Franco su tecniche di allevamento e razze bovine, suine e asinine sta diventando enciclopedica. Mentre lavora canta e i canti sono quelli dei contadini.

Nando osserva e dirige in silenzio. Parla poco Nando, ormai ha imparato a fidarsi di Lucia e degli altri. Gioie e dolori del lavoro di squadra. Serve la fiducia e la fiducia è difficile da conquistare, ma facile da perdere. Lucia non ama molto condividere il lavoro, ma qui sull’altopiano le è più facile. Forse, in parte, perché è lei a tirare le fila del giuoco. Forse, invece, perché riesce a fidarsi ed affidarsi.

In tutto questo Fabio è un presente-assente. C’è, senza dubbio, ma non ha un ruolo definito: non fa parte della squadra. Forse è un bene. Lucia ha sempre amato i rapporti unici ed esclusivi. Non le si addice essere una dei tanti, preferisce essere “la”: la compagna, l’amica, la consigliera…
Che fatica però. Sempre presente, sempre al 100%, sempre pienamente se stessa. Quante volte vorrebbe permettersi il lusso di non farcela? Troppe per poterle contare. Basta, è deciso. Fabio deve essere della partita. Il loro esclusivo rapporto non ne risentirà, anzi. Fabio non ha un passato, ma più crearsi un futuro. Fabio non ama i ricordi, ma vive di grigio presente. Fabio curerà la rinascita dell’altopiano: fotografie, sito web, filmati e interviste. Fabio costruirà la sua storia e sarà una storia da far conoscere al mondo.

Il bosco sta cambiando. Nei toni del verde iniziando ad entrare quelli del giallo che, a loro volta, faranno poi spazio al rosso. Gli alberi sembrano una distesa di fiamme infuocate e anche i due Storaci americani, che a onor del vero qui c’entrano poco o nulla, si apprestano a dare il meglio di sé. Un calore e un colore che è una delle meraviglie della natura. Poi, sul più bello, durante il porpora più acceso, sopraggiungerà la morte e gli alberi si spoglieranno del loro vivace mantello e rimarranno nudi scheletri fino alla prossima primavera. Prima di questa apparente desolazione, però, c’è ancora qualche settimana. Che poi, a ben pensarci, non è il mortorio che sembra. È una sana dormita e un giusto riposo per una vegetazione che da marzo a settembre dà il meglio di sé 24 ore su 24. Ora le foglie sono alla festa finale. Vestite con gli abiti più belli e luminosamente sgargianti. Si preparano al grande, ultimo ballo. Il cavaliere sarà il vento.

Per la gioia cacciatrice di Napo e Bubu, sull’altopiano sono arrivati i gatti. La Gattara ha iniziato il trasloco della colonia felina. Per ora solo una piccola parte, un gruppo di bastardini dai nomi altisonanti: Cleopatra e Marc Antonio, Re Sole e Maria Antonietta. Lo storico quartetto alloggia nella cantinetta del Pessin ed è felice come non mai. Le uniche difficoltà sono tra mondo felino e universo canino. Amano odiarsi le due specie. Un odio calcolato e inutile, ma di cui non possono fare a meno. Come sempre il tutto parte da una difficoltà di reciproca comprensione. Due linguaggi differenti che non si parlano e che nemmeno ne hanno l’intenzione. Vuoi mettere il piacere di inseguire un gatto su e giù per tutta la montagna? L’ineffabile e orgasmica soddisfazione di piazzare un’artigliata ben assestata sul naso tronfio di quel cagnaccio della malora? L’incontrastabile gioia di avere qualcuno su cui riversare tutti i nostri problemi?

Cleopatra è una bella gatta mezza Persiano e mezza solo Dio sa cosa. Ha una colorazione del pelo definita a tartaruga e i baffi lunghi ed elegantemente cadenti. Si accompagna platonicamente a Marc Antonio, un eunuco prestante, ma dal miagolio buffamente acuto. Re Sole e Maria Antonietta, invece, sono due gattacci di strada. Due pesti dal carattere vivace e combattivo che hanno più graffi che peli. Quattro nuovi quattro-zampe che daranno vita a leggende e racconti.
Quattro novelle anime che si uniranno all’anima dell’altopiano. Tutto merita una storia, tutto si può raccontare. Il difficile è trovare il coraggio di farlo.

Ana è seriamente convinta che Lucia sia uscita di testa. Passi un Napoleone, ma far salire all’altopiano anche una faraona – si chiamerà poi faraona la donna-faraone? -, un condottiero romano, un re e una regina, che è pure finita decapitata, le sembra un po’ troppo. Va bene che la realtà supera la fantasia, ma qui si esagera.

Con l’avvio del nuovo anno scolastico anche Ana è riuscita a realizzare parte del suo progetto. La casa dei giochi è diventata una sede distaccata del doposcuola cittadino. Ha trovato i locali nella vecchia scuola elementare e si è confrontata con Lisetta, tramite Lucia, su programmi e strategie per unire l’utile al dilettevole. Ne è emerso un progetto di recupero, restauro e uso di vecchi giocattoli rotti e nuovi bambini distrutti. Peluche che hanno perso l’imbottitura, scacchiere senza scacchi, bambole cieche e macchinine incidentate troveranno bambini disposti a lavorare per ridare loro una nuova vita. Bambini maltrattati, abusati, difficili o presunti tali e, soprattutto, con genitori assenti, avranno modo di concentrarsi su di un qualcosa di bello e di unico che nascerà dal loro impegno e sarà una compagnia serena e, si spera, curativa. Ana collaborerà con insegnanti, psicologi scolastici e, forse, genitori. Purtroppo deve sottostare alla Direzione scolastica e non può fare tutto di testa sua. Non ha trovato un Prizziello a darle una mano e questo è lo scotto da pagare.

Con uno sguardo storto a Lucia e uno spazientito gesto della mano, scaccia dalla mente questi ingiusti pensieri. Non è da lei provare invidia per le gioie altrui e non permetterà certo alla stanchezza e al nervoso di cambiarla. Ognuno di noi ha un carattere e una storia. Parti più o meno nascoste e altre che fa vedere solo all’evenienza. Sappiamo essere insieme generosi e avari, buoni e crudeli e, a seconda della persona con la quale ci rapportiamo, emerge più o meno chiaramente un lato rispetto ad un altro.
Siamo unici, ma siamo multipli.
Siamo “Uno, nessuno e centomila”.
Siamo, semplicemente e inconfutabilmente, esseri umani.

La sera fa già freddo ormai e Lucia maledice la vecchia giacca leggera e attualmente inutile. Le mani sono gelide, ma l’orecchio è bollente. In successione ha dovuto ascoltare:
– Fabio in crisi isterica perché fare l’aspirapolvere, pulire il bagno e studiare sono tre attività apparentemente inconciliabili nell’arco di 24 ore;
– Gino incazzato come una iena perché Cleopatra ha quasi accecato Bubu;
– La Gattara starnazzante come un’oca perché Gino le ha quasi ammazzato Cleopatra;
– La Tedesca che avrebbe strozzato il Fabbro;
– Franco esaltatissimo perché ha trovato un contadino disposto a vendergli 100 mucche ad un prezzo stracciato. E tu vai a fargli capire che fino a primavera non se ne fa nulla;
– Lisetta che l’aggiorna sull’andamento del Progetto Turbín;
– …
Finalmente ha chiuso l’ultima telefonata. Sale sul trenino e osserva.

C’è una gran cagnara e nessun posto a sedere. È l’orario della scuola media e frotte di ragazzini pre-tempesta ormonale gridano, ridono e crescono tutti nello stesso momento. Qualcuno bello, la maggior parte brutti. Qualcuno in disparte, tanti apparentemente nel gruppo. Qualcuno triste e pochi ancora bambini.
Il cellulare: è Nando. Lucia prova un impulso irrefrenabile di spegnere il telefono e di sparire dal mondo.
“Ciao Nando, dimmi.”
“Lucì.. e cuss’è sto casino?”
“Sono sul trenino, dimmi veloce”
“Volevo solo dirti che nun te devi preoccupà. Qui parlano e parlano, qui tutti te cercano, ma alla fine le cose si risolvono.”
“Nando, ma cosa c’entra? Perché mi dici così?”
“Lucì. Dà retta a me. Da soli è bello, ma insieme lo è molto di più. Però insieme non significa al posto di, significa con. E falli un po’ arrangiare sti guaglioni. Impara a prendere le cose come vengono e a non fasciarti la testa prima di romperla.”
“Nando… Nando…”
Prizziello ha riattaccato. Tipico: ti dispensa le sue pillole di saggezza e non ti dà modo di controbattere.
“Oh vecchio burbero rompiscatole!”
Lucia sorride. Quasi tutti quegli esseri umani urlanti, troppo grandi per essere bambini e troppo piccoli per essere adolescenti, sono scesi dalla carrozza. Ognuno con la propria storia da scrivere. Ognuno con il proprio incerto futuro. Lucia si riappropria del suo spazio vitale e si immerge nella lettura.

“Da grande farò il supereroe” – Il futuro visto dai bambini e i sogni segreti dei grandi
Alzi la mano chi da bambino non ha voluto essere: un astronauta, uno scienziato pazzo, un poliziotto, un eroe che salva tutti, un cow boy, un medico. Se ne vada indignata colei che mai ha pensato di diventare: ballerina, cantante, maestra, veterinaria, dottoressa, pittrice. Gli stereotipi nascono già con i bambini. Escono dalla pancia delle mamme attaccati al cordone ombelicale e non si scollano di dosso neanche quando ormai ci troviamo nella tomba. Però è bella quella età di mezzo dove sei abbastanza grande per sognare e ancora troppo piccolo per capire che la maggior parte dei tuoi desideri non troverà la strada per sbocciare. Pomeriggi passati a curare il canarino di Zia Clotilde da un’improbabile infreddatura. Sere trascorse ad utilizzare la doccia come palcoscenico e il sifone come microfono (quanti lo fanno ancora oggi? Se dite di non cantare sotto la doccia non ci credo!). Momenti indimenticabili in cui il cane dei vicini era il vitello da prendere al lazzo e il moccio della nonna una cavalcatura velocissima (poi non chiedetevi come mai i dirimpettai hanno deciso di cambiare casa). E ancora: bambolotti da curare, ladri da arrestare, fratellini e sorelline usati come allievi di un’immaginaria scuola, asciugamani attaccati alla schiena con le mollette che diventano mantelli di supereroi, miscugli di terra e acqua che si trasformano in magiche e scientifiche pozioni e chi più ne ha più ne metta.

Grazie al cielo non tutte le aspirazioni infantili vengono sedate e distrutte dalla crescita. Spesso, però, si modificano e mutano, in meglio o in peggio, con una presunta maturità. I sogni più reconditi sono mille, come mille sono le umane adulte personalità. Ce ne sono però cinque che, bene o male accomunano tutti.

La ricchezza

Inutile fare i filantropi e gli snob. Non provate a dire che a voi i soldi non interessano perché non vi crederebbe nessuno. Non osiate minimamente affermare che i soldi non fanno la felicità perché, ammesso e non concesso che sia vero, sicuramente la aiutano. Ricco. Voglio essere ricco. Tutti lo abbiamo pensato almeno una volta. Comprare case e ville in ogni continente, viaggiare su jet privati, disporre di servitù di vario genere, non fare letteralmente niente da mane a sera. Ritemprarsi con ristoratori bagni in sonanti monete sulla scia di Paperon de Paperoni. Permettersi caviale a colazione, champagne a pranzo e ostriche a cena. Rivestire d’oro l’asse del gabinetto per garantire il giusto lustro anche al vostro illustre deretano. Poi se non avete amici pazienza. Se vostra moglie è morta di tumore a 35 anni chi se ne frega. Se vostro figlio, stanco di non far niente, si è infilato in un brutto giro e ora è in clinica per disintossicarsi dall’eroina è un danno collaterale. D’altronde avete scelto voi la vera e unica ricchezza. Ora sopportatene le conseguenze.

L’immortalità
Ora e per sempre. Non morire mai. Non ammalarsi, non soffrire, non
invecchiare, non avere le rughe, i calli, le unghie incarnite, i capelli bianchi e le orecchie con i tappi di cerume. Sopravvivere al cancro, all’AIDS, alle guerre, al terrorismo e essere qui fino alla fine del mondo e oltre. La paura della morte c’è ed è atavica in tutti gli uomini, anche in coloro che non lo ammetteranno mai ,e ganzi, affermano: “Non ho paura della morte. Di soffrire sì, della morte no.” Balle. Tutte grandissime cazzate. Abbiamo paura della morte. Punto, basta, finito. L’immortalità, però, non è la soluzione e per un motivo molto semplice. O siamo immortali tutti, e allora prima o poi su questa terra non ci staremo più e inizieranno le grane, oppure è immortale solo il singolo. Ora, a parte gelosie e invidie che in millenni di vita uno impara prima o poi a gestire, vuoi mettere la sofferenza di veder morire tutte le persone a noi care? Genitori, figli, fratelli, amici, animali domestici? Forse, a quel punto, la morte diventerebbe un desiderio. Morire per non veder morire. Soluzione tragica e in fondo egoistica, ma anche questa prettamente umana.

L’amore
Uccellini che cinguettano soavi. Farfalle sgargianti che attorniano poeticamente l’amata o l’amato. Nuvolette rosa su cui camminare. Tutti sogniamo l’Amore con la A maiuscola. Tutti lo vogliamo, quasi nessuno riesce a viverlo. L’amore romantico, inteso come prodotto del romanticismo settecentesco, è una grande stronzata e non esiste. L’amore, o quella pallida illusione che definiamo tale, serve a un unico scopo: procreare. Ora, per carità, nessuno nega l’affetto che si può provare verso un ipotetico compagno o una presunta compagna. Non abbiamo intenzione di demonizzare longeve coppie che festeggiano le nozze di
diamante. C’è, però, da rendersi conto che siamo programmati per figliare e l’amore è solo un modo per arrivare a questo. In quest’ottica possiamo ridiscutere anche significati di tradimenti e scappatelle. Oltre agli istinti, però, abbiamo una testa e questa deve porvi un freno. Sognare l’amore non fa male e non ha effetti collaterali. Incaponirsi per un qualcosa che non esiste, invece, sì.

La preveggenza
Sapere cosa succederà domani. Arrivare al lavoro avendo già la certezza che sarà una buona giornata sarebbe un bel vantaggio. Conoscere in anticipo i numeri vincenti della lotteria è una vincita sicura. Che bello sarebbe conoscere il futuro. Scansare incontri fastidiosi, prevedere l’umore della suocera, conoscere con assoluta certezza se dal 3 al 10 agosto ci sarà il sole e prenotare il mare di conseguenza, strabiliare gli amici prevedendo i goal di tutte le partite del campionato, ricattare i politici per manipolare i risultati delle prossime elezioni. Non sarebbe male, in effetti. Peccato però che saremmo anche obbligati a conoscere: la data e le circostanze della nostra morte, eventuali sofferenze dei nostri figli, lo scoppio di una sempre più probabile terza guerra mondiale, l’estinzione della specie umana e la distruzione del pianeta terra. A conti fatti è meglio non sapere nulla.


La libertà
Ecco, finalmente, ci siamo arrivati. Dulcis in fundo l’unico desiderio che, se vale il detto “la mia libertà finisce dove inizia la tua”, è giusto, sacrosanto e tassativamente perseguibile. La libertà è la cosa più bella che ci sia. Peccato che nella nostra società facciamo di tutto per togliercela a vicenda. Schiavitù del terzo millennio, soggiogamento monetario, regimi dittatoriali. Anche, più provocatoriamente, imposizioni assurde e autoinflitte: l’obbligo del completo, l’assioma dell’apparenza, il diktat del galateo. La vera libertà è da tenere nella più alta considerazione. La possibilità di avere un proprio pensiero e poterlo, con i dovuti modi,
esprimere. La fortuna, perché tale si tratta, di poter parlare con tutti e muoversi ovunque. La gioia di respirare a pieni polmoni senza catene e senza grate. Ora mi viene un dubbio? Esiste ancora la libertà in questo mondo? Non siamo sicuri di volere una risposta. (Gli Argonauti)

Lucia scende dal convoglio. Bella cosa la libertà. A quanto ha letto, però, aggiungerebbe un qualcosa. Le catene della mente. Le paure che ci paralizzano e a cui non sappiamo reagire. Gli assurdi limiti che ci impediscono di godere appieno della vita. Si incammina Lucia. Domani assaporerà la libertà del bosco. Il programma è fitto e assolutamente invitante. Colazione con Nando, mattinata con Lisetta e i suoi pulcini e poi via. Lei, il bosco, Napo e Bubu. L’aria frizzante di fine settembre, la luce dorata che bagna gli alti faggi, i porcini che fanno capolino tra le foglie.
I sogni che si avverano, la speranza che è tornata e la serenità che prende forma.
L’amore che forse esiste, forse no.
La ricchezza dello spirito.
L’immortalità della terra.
La preveggenza nel sapere che alla fine andrà tutto bene.
La libertà.

Le “statistiche del trenino” continua sabato 14 novembre 2020 con un nuovo capitolo. Non perdetevelo!

Una lettura di BluttaBlatta
Suoni: Freesound Inchadney, InspectorJ, Piermic, Robin Hood76, Izalew, Wrenasmir
Musiche incompetech.com: “Teddy Bear Waltz” di Kevin MacLeod

Chi ha scritto questo racconto

BluttaBlatta
BluttaBlatta

"Un marito.
Due gatti.
Tanti libri.
Mille parole.
"
Martina Ravioli