Le statistiche del trenino: secondo capitolo

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Le statistiche del trenino: secondo capitolo

Ecco il secondo capitolo de “Le statistiche del trenino“.
Se vi siete persi il primo capitolo lo trovate qui.
BluttaBlatta vi augura buona lettura.

Febbraio

Oddio, arrivato… non proprio.
Diciamo che è stato trascinato contro la sua volontà.

Sabato inizia male. Lucia non vorrebbe alzarsi dal letto e il non aver chiuso occhio per tutta la notte non aiuta. È insicura ora. L’idea del cane non le pare più così allettante. La possibilità di cambiare una routine fiacca, ma rassicurante e sempre uguale, la spaventa. Probabilmente le fa paura anche l’idea di impegnarsi in qualcosa. No, Lucia non è pigra. Per Lucia non è la fatica il problema, ma il mettersi in gioco. Per Lucia è tutto troppo ormai. Troppo rumoroso, troppo difficile, troppo scontato, troppo inutile.
Di una cosa si è sempre vantata. Di essere coerente e di non pretendere dagli altri quanto non pretende da se stessa. Questi principi le sono rimasti, non può e non deve permetterne l’annientamento. Cosa resterebbe?

Si alza lentamente, svogliatamente si prepara.
Quando esce è ormai tornata decisamente padrona di sé. Fabio segue a ruota. Come sempre segue e mai conduce. Per spinta e per inerzia arrivano al canile. 
Gabbie e reti. Serragli e catene. Cortili e vecchi giocattoli di gomma smangiucchiati.
Non è l’inferno canino in realtà. Lucia si aspettava di peggio. Ogni cane ha il suo spazio. È uno spazio triste e impersonale, ma è il minimo vitale e tanto basta. I cani non hanno un nome, ma una sigla. Anonima e triste, ma drammaticamente necessaria per evitare labili e inevitabilmente temporanei legami d’affetto tra i volontari e gli animali.

Se un animale non ha un nome se ne nega l’anima. Ma come potersi permettere di dare un’anima a un qualcosa che o finirà adottato o finirà soppresso? Lucia avanza: colpevole. Una becera sensazione la pervade. Lucia odia lo shopping, le ore vane e inutilmente spese davanti a vetrine di improponibili e vergognosamente costosi orpelli definiti capi d’abbigliamento e accessori. Qui è la stessa cosa: cani piccoli, cani vecchi; cani grandi, cani giovani; cani aggressivi, cani belli; cani timidi, cani brutti.
Gli sporchi loculi con annesso millimetrico giardino si susseguono. Alle calcagna Lucia e Fabio si ritrovano Mario.

Mario: nome proprio di stupido, si badi bene: solo in questo caso! Nella storia e nella realtà ci sono miriadi di Mario degni di nota…, ma in questo caso non c’è niente da fare: Mario – nome proprio di stupido. Un quasi cinquantenne tarchiatello e tanto pieno di sé da aver smesso di camminare. Semplicemente levita, fluttuando sopra il resto del genere umano. Probabilmente un bravo ragazzo, in fondo. Talmente annebbiato dalla temporanea e in gran parte ingiustificata popolarità da aver perso la concezione che nascita e morte sono uguali per tutti.

Mario è convinto di aver conquistato l’immortalità grazie alla campagna “Un cane – Un fratello”. Che poi se un cane avesse come fratello Mario, probabilmente, rinnegherebbe la parentela. Qualche mese prima, infatti, il canile cittadino ha indetto un concorso per il volontario dell’anno. Lui lo ha vinto. Se per merito o conoscenze non è dato sapere. E da allora è tutto un tripudio di manifesti, spot e ospitate televisive. Bravo ragazzo, per l’appunto…. Un po’ inflazionato (molto) e leggermente pedante, ma soprattutto inconsapevole che la sua popolarità vale unicamente nei ristretti confini del canile. Innegabile, tuttavia, l’amore per gli animali e così parla, spiega, descrive pelo per pelo ogni internato presente.
Lucia si perde nei suoi pensieri.
Sa che se mai dovesse trovare quello adatto, non sarà Mario ad indicarlo.
Sa che se l’incontro deve avvenire non vuole che Mario lo rovini con le sue parole. 

Ogni gabbia riporta la sigla con cui viene identificato il cane. Lucia e Fabio si guardano. Nella penombra è sdraiato un molosso che, occhio croce, peserà almeno 65 Kg. Un bestione che a ben diritto rientra nella categoria dei cani abnormi. Ha l’occhio triste la belva. Quasi appannato e certamente gli anni dell’infanzia sono lontani. Lucia fa un passo indietro e legge la targhetta sulla rete: AK 47. Non fosse disgustata dalla realtà, troverebbe buffo che la sigla del Kalashnikov sia stata affibbiata ad un cane.

Sicuramente inconsapevole ignoranza unita ad un misto di esistenziale menefreghismo pervade la scelta delle sigle. Dubita che i funzionari comunali si siano mai chianti sul problema o ne abbiano mai avuto la voglia. Fabio sorride. Lui la “letterale citazione” l’ha notata. È così Fabio. Stranamente e perdutamente immerso in uno stadio larvale da cui emerge saltuariamente con osservazioni o intuizioni che potremmo definire geniali. Un neurone morto e l’altro in agonia. Lucia si è arrovellata per anni prima di capire che la genialità del suo lui è per sua natura intrinseca e rarefatta. C’è, ma non se ne può pretendere la perenne presenza. Bisogna accettarla così. Prendere o lasciare.

“Se il nome è un programma, questa bestia fa per te.”
Fabio la guarda divertito.
Non sa se la sua irriconoscibile lei accetterà la sfida, ma lo spera.
L’immobilismo rischia di portarli alla rovina. 

“Napoleone.”
Jeanette sorride: “È un bel nome per un cane: rende bene l’idea!”
Lucia sospira. Un piacevole senso di appagamento, quel senso che ti dà solo l’altrui approvazione, la pervade. Lo sapeva. Sapeva che Jeanette avrebbe trovato il lato positivo. Sono passati 3 giorni e Napoleone è entrato nella sua vita. Il nome, in realtà, non vorrebbe essere un riferimento storico. Mesi prima si è rotto l’aspirapolvere di casa Liesi. Un aspirapolvere vecchio, panciuto e a tratti pericoloso. Si chiamava come il Generale. Il suo omonimo canino è uguale. Gongola per casa aspirando ogni cosa commestibile. Di preferenza. Poi se anche non è commestibile ci prova lo stesso.

La scelta del nome è stata criticata. Come sempre. Ogni atteggiamento, comportamento, esperimento, ma soprattutto ogni parola di Lucia viene analizzata, radiografata e contestualizzata. Ormai ci ha fatto l’abitudine, ma ne va della spontaneità. È troppo importante, è assurdamente ridicolo, non ha senso, non è serio. NO: non è serio e non deve esserlo. È ironico, ma non ridicolo e Jeanette, come da previsione, ha colto l’idea.

Tre giorni di riorganizzazione familiare, tre giorni di reciproca conoscenza. Napoleone è tanto grande quanto stupido. Tanto bello quanto buono. Farebbe paura a chiunque, ma probabilmente non è capace di far male ad una mosca. Lucia accenna un sorriso sovrappensiero. Ad una mosca no, ma al divano, al tappeto, alla lampada e alla collezione di vinili di Fabio sì: distrutti. Irrimediabilmente distrutti.
Cercava una scossa? Lucia l’ha trovata. 

“Nuovo progetto ragazzi e mi affido a voi per la perfezione!”
Eccolo, è arrivato.
Il nebuloso cronico è passato in ufficio.
Poche idee, ben confuse e, al contrario di Fabio, nessuno sprazzo di ragionamento logico. Altro fenomeno da circo. Altro protagonista di una realtà annacquata e cinica, di una spirale che lenta macina i giorni. Giorni che diventano mesi e mesi che formano anni. Lucia è lavorativamente vaccinata e umanamente intorpidita. Ora però è consapevole. Del nuovo prodotto, l’ultimo di una lunga serie di trovate modaiole dell’industria alimentare a cui fa capo l’azienda, non gliene frega assolutamente niente.

Ha un nuovo obiettivo: curare Napoleone e assicurarsi che non faccia troppi danni. Portarlo fuori e ricominciare a camminare. Passo dopo passo. Zoppicando sbilenca, armoniosa nella sua goffaggine. Ma qual è il problema? Lucia cammina sulle sue gambe, lo ha sempre fatto e, finché in suo potere, sempre lo farà. Forse è ora di ritirare fuori dal cassetto qualche sogno.

“Ma ai cani si può far stipulare un’assicurazione di responsabilità civile?”
Ana ascolta beffarda.
Conosce discretamente bene il cinismo di Lucia e le sue uscite amaramente satiriche. A volte la fanno ridere, altre volte le risollevano il morale. Spesso la seppellirebbe e ancora più spesso vorrebbe dirle di non rompere le scatole, ma tutto sommato la diverte. Ana: categoricamente ostinata, provocatoriamente caciarona, nascostamente timida e inspiegabilmente introversa. Apparentemente, però, animale da palcoscenico. Lucia continua il suo racconto sulle malefatte di Napoleone e Ana pensa che forse dovrebbe introdurre anche lei un cane nella sua allargata famiglia. Un cane come antidoto alla solitudine, come antistress alle crisi e come collante di una perfetta, problematica parentela. 

“Napo non tirare!”
Fabio è esasperato.
Napoleone è grosso e mezzo cieco, ma i gatti sono il suo elisir di giovinezza. Se c’è un gatto nel raggio di mezzo km è di Napoleone – per gli amici Napo. Già al solo sentirne l’odore inizia a sbavare. Se poi lo vede parte. Parte come i bolidi di formula uno al segnale del via, parte come un maratoneta sul rettilineo finale, arrancando come un ciclista al gran premio della montagna.
E Fabio dietro. Lucia ride di gusto. Quei due fanno proprio una bella coppia. Napo e Fabio. In due un cervello.
“No Lucia, basta essere cinica! In due hanno due cervelli, non perfettamente funzionanti, ma pur sempre due.” Lucia li segue, al suo passo. Abituata a restare indietro, ma caparbiamente decisa ad arrivare alla meta.

Con la belva non sono tutte rose e fiori e le litigate in famiglia non sono certo diminuite. L’oggetto, però, una volta tanto non è la mancanza di uno dei due bipedi, ma la presenza del quadrupede. Bella differenza. Inconsapevole valvola di sfogo, Napoleone si stiracchia sul divano sfondato. In 6 anni di vita è il primo vero comodo divano che ha potuto sfondare con il suo dolce peso.

Da cucciolo era una bellezza. La prima famiglia lo ha comprato sborsando parecchio denaro. È stato abbandonato al bordo di un bosco sei mesi dopo. Troppo pelo bianco sulle sue zampe. Pedigree ritirato e nessuna possibilità di diventare padre di una rigogliosa stirpe di piccole macchine per fare soldi. In una parola: inutile. Ha vissuto allo stato brado per qualche mese, poi ha trovato rifugio in fattoria. Un cane da pastore sarebbe Napoleone, ma evidentemente quel ruolo gli andava stretto. Dopo mesi di inutile addestramento il fattore ci rinuncia. Le pecore si amministrano meglio da sole. E lui viene messo alla porta. Girovaga per il quartiere sfamato da rifiuti e da gentili, occasionali bocconi offerti. Fino all’arrivo alla Scuola Elementare.
Adottato come mascotte, vive nel cortile. I bambini gli vogliono bene. Per quanto un bambino possa veramente voler bene ad un animale. Il bidello meno. All’ennesima bastonata la belva si risveglia e reagisce. Un morso, 7 punti di sutura e il confino al canile. Fino all’arrivo di Fabio e Lucia.

Napoleone tutto sommato è abbastanza egocentrico e poco cane fedele.
Ha una sua personalità e non rispecchia a fondo l’ideale di amico dell’uomo adorante e succube. Lucia aveva altre prospettive.
Lucia è felice così. 

C’è stato un periodo in cui erano in 9 in famiglia. Tre sorelle, una mamma, una nonna, due cagne e una gatta. Sepolto in mezzo a questo ginepraio femminile c’è anche un papà. Totale 9. Nove anime contrastanti e spesso ai ferri corti, ma tutto sommato famigliarmente unite. Anni dopo la situazione è più sessualmente equilibrata. Nonna è morta, per i cani di famiglia è un periodo di latitanza, i gatti sono uno e una e palla al centro. E poi ci sono le coppie. Quattro coppie per un totale di otto persone e mezzo. Il mezzo è il nipote di Lucia. Non di minor valore, sia chiaro, semplicemente piccolo. E poi c’è Napo. Ma Napo non viene considerato un cane. Napo è Napo.

Lucia ripensa alla storia della sua famiglia. Niente di eccezionale. Ha capito una cosa negli anni Lucia. Ogni famiglia è perfetta nella sua imperfezione. Ogni viso incrociato lungo il cammino nasconde drammi e problemi più o meno grandi e, come disse anni prima una persona in modo lievemente esasperante e calcatamene teatrale: se ognuno portasse in piazza la sua croce per scambiarla con quella di qualcun altro alla fine ciascuno riporterebbe a casa la propria. Vecchia saggezza popolare. Morta, fortunatamente o sfortunatamente a seconda delle opinioni, con colei che l’ha pronunciata.

Parenti serpenti. Legami di sangue difficilmente scindibili e pesantemente limitanti. Allo stesso tempo genitorialità entusiasmanti, felici interscambi e rapide complicità. Una famiglia normale insomma. Lucia si riscuote. Il trenino è arrivato in stazione. Sale rapida, per quanto concerne il suo concetto di rapidità fisica, e si accaparra il solito trespolo. Lo sguardo basso e apparentemente perso. In realtà non ha voglia di incrociare sguardi altrui. Non vuole vedere né farsi vedere.

Scarpe, molte scarpe le sfilano davanti. Vezzose ballerine, eleganti scamosciate, duri anfibi, rudi scarponi, intramontabili tennis. Ritroviamo, equamente divise tra proprietari maschili e femminili: 42 paia di ballerine, 35 scamosciate, 15 anfibi, 23 scarponi, 18 tennis e 12 paia di un melting pot di stili e razze. In totale 290 piedi per 145 persone. Da un paio di scarpe si potrebbe capire molto…
Il tragitto è terminato.
La riflessione per ora si ferma qui. Lucia è arrivata. 

Mani sporche di farina, tegame sul fuoco e pasta chou in forno. La ricetta degli éclaire non è impossibile, ma lunga. Molto lunga. A Lucia va benissimo così. Da sempre le piace cucinare, ma da poco sta affinando l’arte. L’obiettivo è provare una ricetta ogni week end. Un dolce, un primo un secondo, un finger food non ha importanza. Il bello è sperimentare, testare e soprattutto non pensare. Perdersi tra grammi e centilitri, tra forno e frigorifero, tra gatti da tenere alla larga e temperature da controllare. Non pensare alla sua vita, ad un lavoro insulso, ad una relazione ricca di potenzialità ma statica e distante, ad una maternità che forse non ci sarà mai, a due genitori che giovani non diventano. Basta. Napo allunga il muso sul tavolo e Lucia torna al presente. Un magnifico attimo di inconsapevole e spontanea mindfulness regalato da due mani sporche di farina e da un naso bagnato di cane peloso. I pasticcini sono venuti buoni: dei piccoli pasticci golosi, bruttini ma saporiti. L’uso della sac à poche è, per ora, un mistero.
Lucia è discretamente soddisfatta.
A quanto pare l’anima è golosa. 

“Al 50%.”
La grande capa la guarda basita.
Lucia è entrata nel suo ufficio, che domina, dall’alto di vetrate limpide come laghi alpini, ma che mai potranno mostrare realmente al mondo del comando quello della plebe, la catena di produzione dell’ultimo ritrovato vegano, come una furia. La pacata, insignificante, probabilmente ebete – seppur professionale – Lucia è seduta davanti a lei.
La squadra e la osserva. In fondo non la conosce e neppure le importa. Valuta e riflette la grande capa. Ragiona su come apparire sempre la più forte e la più potente indipendentemente da quale risposta dia. È racchiusa, come i suoi sottoposti, in un ruolo da interpretare, ruolo che nel suo caso si fonde con la persona.

Potere: lo ha sempre desiderato. Potere come autoaffermazione di sé, come rivincita sul mondo, come doveroso complemento di una bambina viziata e intemperante. Strano, non ha mai visto Lucia così decisa. Probabilmente non l’ha mai vista e basta. Ora però non può più ignorarla. Vuole lavorare a metà tempo, il messaggio è chiaro. Questa volta non riuscirà a raggirarla. Si arrovella la grande capa. Da una parte desidererebbe risponderle con un secco no. Si rende però conto che sarebbe una mossa da carogna. Poco le importa in realtà. Tuttavia, oltre al potere, vorrebbe anche il lustro. È sempre stata affascinata dall’eleganza e cosa c’è di più elegante del mostrarsi magnanimi? Le sue mosse devono essere furbe. Cosa ha da perdere?

Sa bene che Lucia lavora molto e che un suo 50% equivarrebbe all’80% di un’altra persona. In realtà non è che lo sappia, ma è quanto gli hanno riportato tutti coloro che lavorano a stretto contatto con lei. Non ha mai capito perché, ma la timida e noiosa Lucia è sempre riuscita a creare un legame di stima con gli stretti colleghi. Stima lavorativa, ben inteso. Mai si è vista in compagnia di qualcuno di loro al di fuori di un ambito strettamente aziendale. Percepisce anche la determinazione di Lucia. Probabilmente se le negasse quanto richiesto otterrebbe in risposta le dimissioni. Anche di questo poco le importa, ma non saprebbe più a chi sbolognare quantitativi industriali di lavori di merda. Troverebbe un’altra persona, eccome. Ma ci vuole tempo e tentativi e la grande capa non ha il primo e non ama i secondi.

Lucia attende in silenzio. Riesce quasi a vedere gli ingranaggi che ruotano frenetici dietro la fronte della donna che la squadra dall’alto di 20 centimetri di tacco griffato. Sogghigna tra sé. È discretamente divertente e subdolamente sovversivo immaginarne la mente andare a propulsione animale. Un criceto che gira, gira e gira su di una ruota di impostazioni impolverate, fissazioni ridicole e credenze radicate. Una ruota fissata ad un substrato di ignoranza capillare. In realtà è una signora istruita e Lucia lo sa bene. Non è culturalmente stupida, ma è umanamente ignorante.
Piccola nella sua grandezza.
La grande capa la osserva.
La grande capa dice sì. 

Fabio è contento. L’idea di una Lucia casalinga sotto sotto non gli dispiace. Raramente lo ha ammesso a viso aperto e certamente non le impedirebbe la carriera professionale se lei la desiderasse. A ben pensarci non le impedirebbe alcunché. In parte per amore, in parte per paura. Lucia sa diventare una iena e Fabio è stanco di trovarsela contro. Sa bene che non accetta limitazioni, né imposizioni. Se poi si tratta dell’annosa diatriba di parità tra i sessi, allora non ce n’è per nessuno. Qualche tempo prima gli ha addirittura ficcato sotto il naso un articolo trovato chissà dove. Il tema era trattato ironicamente, innegabile, ma il contenuto era abbastanza pesante. Fabio ha ancora il link. 

“La guerra delle incomprensioni” Come capire il sesso opposto tra stereotipi e realtà 
Iniziare un viaggio senza essere sicuri di raggiungere la meta. Affrontare una dinamica già abbondantemente sviscerata. Addentrarsi tra rovi di insidie ed ortiche di critiche. Ebbene sì, abbiamo deciso di provare anche questa sfida. Uomo vs donna, donna vs uomo, orgoglio maschio e sentimento femminile. Poeti, filosofi, scrittori, psicanalisti, psicologi, psicoterapeuti, psicociarlatani e chi più ne ha più ne metta stanno dibattendo da secoli, seppur con un’inquietante accelerata negli ultimi 60 anni, sulle differenze di linguaggio tra l’universo maschile e l’universo femminile. Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare del volume “Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere”. È un po’ come “50 sfumature di grigio”: tutti a condannare pubblicamente e ognuno a leggere a lume di candela sotto le coperte. La curiosità, unita alla pruderie, crea l’ipocrisia. Noi qui cercheremo, senza false remore, un approccio differente e in stile “di 5 in 5”. Quindi, allacciate le cinture, dite un Padre Nostro beneaugurante, aggrappatevi alla sedia e buttatevi nella lettura che ci auguriamo “morbida”. 

5 Cose che dovrebbero provare gli uomini per sentirsi un po’ donne 
Leggere un romanzo rosa 
Amati follemente e ferocemente odiati. Solitamente in contemporanea e dalla stessa persona. I romanzi rosa sono un ginepraio niente male già solo per il pubblico femminile, mentre per quello maschile oltre all’insofferenza si aggiunge il mistero. Cosa ci sarà mai scritto dietro le zuccherose copertine di romanzi appiccicosi come miele, sognanti come favole e a tratti erotici come lucciole? In realtà poco o nulla, ma la lettura può essere interessante per diversi motivi. L’uomo medio potrebbe apprendere come la donna media descrive un bel pezzo di manzo dell’altra metà del cielo, bello-muscoloso-intelligente (e qui le battute si sprecano)- sensibile – affascinante – cavaliere – ricco, e capire come a volte una donna vorrebbe essere coccolata – amata – viziata – capita – guidata – deliziata e chi più ne ha più ne metta. Togliendo gli orpelli in esubero, dalle pagine può restare un nucleo di sensibilità e tatto femminile che renderebbe l’uomo meno macho e più micio e gli permetterebbe di capire cosa sognano ogni tanto le donne per evadere dalla realtà di calzini sporchi, uomini rudi, bollette da pagare, piattume e pattume quotidiano e stanca e strisciante routine. Si raccomanda la lettura in pantofole e pullover oversize, con tazza di cioccolata calda e panna e lontano da mariti indiscreti. 

Fare la ceretta 
Rullo di tamburi, fiato alle trombe e indignata standing ovation di esclamazioni: anche gli uomini fanno la ceretta. Vero, verissimo e innegabile, ma c’è un ma. La ceretta maschile è una scelta, sportivi esclusi, poco sado e molto masochista. È un vezzo post avveniristico, un po’ futile e molto folle che sta prendendo piede negli ultimi anni. La ceretta femminile è un obbligo! Il pelo è nemico della donna e se Dio fosse femmina il settimo giorno invece di riposare avrebbe strappato la ricrescita. Privarsi del rito settimanale significa sbandierare la propria opposizione poiché se “donna barbuta, sempre piaciuta” possiamo affermare che “donna pelosa, nessuno la sposa”. La donna deve essere liscia, glabra e morbida come seta. Il pelo è sporcizia, incuria e ribellione. Come in tanti campi più importanti (istruzione, attività lavorativa, contraccezione, matrimonio) anche qui è una questione di scelta. L’uomo ce l’ha, la donna no. Quindi caro maschio peloso e nerboruto, prova per 3 mesi a depilarti ovunque ogni sacrosanta settimana, scolpisci questo rito nella pietra insieme ai dieci comandamenti e alla fine del periodo di lavori forzati, riconosci alla tua compagna una targa al merito per tenacia, sopportazione e un po’ di incolpevole stupidità. 

Camminare da soli con la perenne sensazione di insicurezza 
Donne: a me! Schiere di signore armate di spray al peperoncino, mini torcia luminosa, numero di emergenza sul telefonino e adrenalina per correre. Bande di ragazze iscritte a corsi di kick boxing, difesa personale, judo e karate. Classi di bambine cresciute con precetti chiari e precisi: questo non si può fare perché è pericoloso, lì non puoi andare da sola perché non si sa chi c’è in giro, stai lontano dagli sconosciuti e non accettare caramelle. Il mondo è grande e il crimine colpisce sia uomini che donne, ma è innegabile che la donna viva – in questo caso – una realtà più complicata. Viaggiare da sole, fare campeggio da sole, camminare la notte da sole per strada non significano più avventura, viaggio, normalità, ma insicurezza, paura, rischio. Una donna non ha i bicipiti di un uomo, eccezioni permettendo, né la sua forza, ma soprattutto ha una cosa che la mette già in una situazione di rischio: la sua femminilità. Un invito ai nostri gorilla capibranco: provate a fare un giro in città di notte da soli. Immaginatevi più deboli, meno veloci, potenzialmente esposti alla libidine altrui, camminate rasente i muri schivando bande di oranghi ubriachi e quando tornate a casa tirate un sospiro di sollievo

Subire vessazioni per il genere 
Le donne sono pagate meno, subiscono abusi sessuali, sopportano battute sessiste e si fanno un mazzo quadro per raggiungere una parità che non arriverà mai. La parità è un concetto distorto. Nel comune sentire significa uguaglianza, ma tutto è fuorché questo. La vera parità è l’accettazione di valere allo stesso modo e di avere le stesse opportunità, ma consapevoli della diversità. Uomini e donne non sono uguali e non lo saranno mai e se continuiamo così non saranno mai neanche pari. L’uomo è latin lover, la donna una poco di buono. L’uomo è dirigenziale e sicuro di sé. La donna una carogna frigida. L’uomo esprime le proprie opinioni, la donna è preda delle sue isteriche emozioni. Ognuno di voi potrebbe andare avanti all’infinito con questo imperfetto e ingiusto binomio. Un invito ai manager in carriera. Presentatevi al lavoro sapendo che la lunghezza dei vostri pantaloni – alias gonna – sarà radiografata, analizzata, commentata, criticata. Iniziate le vostre riunioni con la consapevolezza che i presenti penseranno: quanto è bello, quanto è brutto, quanto è emotivo, quanto è stupido, quanto è femminile, quante volte lo fa con sua moglie, quanto è lussurioso, quanto è rigido. Recatevi quotidianamente al lavoro sapendo che il collega accanto a voi prende dal 10 al 30% in più solamente per gli attributi sessuali primari di cui è dotato. E nel vostro tempo libero smettetela di parlare di voi stessi e delle vostre passioni. Dovrete parlare di vostra moglie, dei vostri figli e dei genitori anziani che curate. Solo così sarete veramente uomini. 

Gestire una casa 
Pulire, stirare, cucinare. Riordinare, smistare, preparare. Lavare, rassettare, rammendare. Non è la sinossi di Cenerentola, ma la normale gestione casalinga. Compito connaturato al sesso debole, ma che il sesso forte si rifiuta di apprendere. Strano. Da che mi risulta anche gli uomini hanno due braccia, due gambe, due occhi, due orecchie e almeno due neuroni. Il mistero della lavatrice, la rivincita dell’aspirapolvere, il prequel del ferro da stiro potrebbero essere film già visti anche per mariti, compagni, figli, fratelli e famigliari. E invece no! La donna deve, può e riesce. L’uomo abdica. La gestione della casa è un compito troppo gravoso, difficile e noioso. E le donne stupidamente lasciano correre. Esperimento. Da oggi e per due settimane sarà solo l’uomo a occuparsi di tutto. Possibili scenari: la casa esplode o la casa sarà pulita. Nel primo scenario l’esemplare femmina della famiglia avrà la certezza di avere tutto il diritto all’assunzione di un aiuto domestico poiché il suo lui non ha intenzione di muovere una paglia e mai lo farà. Nel secondo caso il nostro esemplare femmina avrà la certezza che il suo corrispettivo maschile sa e può fare tutto, ma non ha voglia. Anche in questo caso via libera all’assunzione della colf, che sarà pagata ovviamente da lui rinunciando nell’ordine a: birra con gli amici mentre la moglie cucina, partita allo stadio mentre la moglie cura i figli, pizza d’asporto l’unica sera che la moglie non cucina, dvd, cd, videogiochi abitualmente comprati e usati mentre la moglie lava il pavimento con la scusa del “Ma amore: non posso alzarmi dal divano se per terra è bagnato!”. 

Nella prossima puntata parleremo di “5 Cose che dovrebbero provare le donne per sentirsi un po’ uomini” (Gli Argonauti )

La seconda puntata Lucia non gliel’ha mai mostrata. Forse per dimenticanza, forse per paura. Fabio capisce che non è facile per Lucia. Però è contento all’idea di arrivare a casa la sera e trovare la cena pronta e i mestieri già fatti. È felice anche che lei abbia più tempo per sé stessa, che porti a spasso Napo (pavimenti e tappeti ringraziano) e che si tolga di dosso quella cappa di grigiume. Non sarà semplice. Oramai Lucia aveva imparato a vivere solo per il lavoro. Controllava le mail ad ogni ora del giorno e della notte, pianificava sera dopo sera la propria seguente giornata lavorativa e in vacanza si sentiva persa. Fabio da tempo non la riconosce più, non è più il riccio di cui si era innamorato. Sorride Fabio. Ricorda ancora con affetto la difficile e lunga fase di scoperta. All’inizio della relazione non poteva neppure sfiorarla. Quanto tempo, quanto tempo è passato da allora. Fabio ha visto un declino, un tracollo, ma adesso spera. Spera di assistere ad una rinascita. Lucia ora ha preso una decisione, ora si è risvegliata, ora è consapevole.

Lucia sta tornando. 

“Le statistiche del trenino” continua sabato 26 settembre 2020 con un nuovo capitolo. Non perdetevelo!

Una lettura di BluttaBlatta
Suoni: Freesound Inchadney, Augdog, JohnsonBrandEditing, InspectorJ, Cdangels, Pashee, Astounded
Musiche incompetech.com: “Teddy Bear Waltz” di Kevin MacLeod

Chi ha scritto questo racconto

BluttaBlatta
BluttaBlatta

"Un marito.
Due gatti.
Tanti libri.
Mille parole.
"
Martina Ravioli